Home Gruppi A.M.A.

Gruppi di auto mutuo aiuto e spazi di incontro attivi a Trento e Provincia


elenco_gruppi_aggiornato_settembre_2018.pdf


Di seguito trovate la storia di alcuni gruppi, qualcuno è ancora attivo, altri hanno concluso la loro esperienza.


DIMAGRIRE

In Italia il fenomeno del sovrappeso è aumentato notevolmente negli ultimi decenni ed interessa una fetta di popolazione sempre più vasta. Lo sviluppo dell’industria alimentare e della trasformazione dei cibi ha modificato enormemente le nostre abitudini a tavola ed il quantitativo calorico ingerito quotidianamente da ciascuno è aumentato progressivamente a partire dagli anni ’50.
Il forte sovrappeso aumenta la possibilità di contrarre malattie legate ad un’alimentazione sregolata aggravando problemi di colesterolo, di pressione arteriosa, oltre ed aumentare la difficoltà di movimento e quindi ridurre le possibilità di condurre in pieno uno stile di vita soddisfacente. Tali problematiche sono aggravate, se coincidenti, con la mancanza di attività fisica.
Il gruppo di auto mutuo aiuto vuole essere un’opportunità per chi desidera dimagrire di porsi di fronte a questa scelta con una modalità diversa, che stimoli la persona a compiere un percorso attivo volto ad acquisire consapevolezza di sé e del proprio modo di rapportarsi con il cibo. I partecipanti al gruppo a.m.a. "Dimagrire Insieme" si confrontano sull’importanza della salute, della prevenzione e dell’autoprotezione. L’obiettivo non è solamente quello di perdere peso, ma di giungere ad un certo equilibrio alimentare attraverso un cambiamento di stile di vita. Per questo sono necessari piccoli passi, nella direzione di una vita più sana ed equilibrata: essere motivati nell’affrontare un cambiamento, avere degli obiettivi realistici, praticare attività fisica, imparare ad identificare e gestire le situazioni che creano difficoltà.
Il gruppo a.m.a. proposto per il problema del sovrappeso aiuta le persone a rimanere costanti nell’impegno perché, settimana dopo settimana, sostiene:

  1. nel miglioramento della propria salute e diminuzione del peso corporeo, attraverso lo stimolo a svolgere un’attività fisica costante ed a mantenere una dieta equilibrata;
  2. nella presa di consapevolezza dell’importanza della prevenzione e dell’autoprotezione.
I gruppi attivati in questi anni in provincia sono più di trenta: alcuni si trovano a Trento, gli altri sono distribuiti sul territorio provinciale.
Nella fase formativa di questo gruppo vengono trattati alcuni temi specifici, quali:
  1. utilizzo del diario alimentare, importante per aumentare la consapevolezza sul proprio modo di alimentarsi e per capire maggiormente i propri stati d’animo mentre si mangia;
  2. consigli per una corretta alimentazione. Non vengono indicate diete specifiche, ma sono fornite, da un medico di medicina generale o da una dietista, indicazioni generiche e piccoli accorgimenti per acquisire e mantenere un buon equilibrio alimentare. Si stimolano le persone ad una maggior consapevolezza e responsabilizzazione rispetto al proprio modo di alimentarsi, senza per questo perdere il piacere della tavola;
  3. tecniche di autocontrollo che possono aumentare la propria capacità nel far fronte al cambiamento che si intende intraprendere.
Al termine del ciclo di incontri il gruppo prosegue in autonomia; caratteristica peculiare dei gruppi “Dimagrire Insieme” è il fatto che il facilitatore è fin da subito individuato tra i partecipanti.
Periodicamente viene organizzato un incontro, chiamato intergruppo, a cui sono invitati tutti i partecipanti ai gruppi "Dimagrire Insieme" delle varie zone del Trentino, per offrire un momento ulteriore d'incontro e confronto. In tale occasione viene offerto un approfondimento teorico ad esempio sulla motivazione o sul mantenimento dei chili persi e vengono premiate le persone che nel corso dell'anno sono riuscite a perdere peso o a mantenere quello perso negli anni precedenti.

DISORDINE ALIMENTARE

I disturbi dell'alimentazione si manifestano attraverso un'alterazione del rapporto della persona con il cibo e con il proprio corpo; tendono ad avere una maggiore insorgenza durante l'adolescenza e sono più diffusi nel sesso femminile. Questa alterazione si manifesta mediante peculiari comportamenti, in particolare il rifiuto del cibo ed il digiuno, l'abbuffata (ossia l'ingerire quantità enormi di cibo in breve tempo), il vomito autoindotto, l'uso improprio di diuretici e lassativi; il tutto frequentemente accompagnato da un'intensa attività fisica. A volte possono essere presenti solo alcuni di questi comportamenti e ciò non significa che automaticamente essi possano essere indice di malattia; per fare questo vengono individuati dei criteri che permettono una diagnosi del disturbo alimentare.
Nell'anoressia nervosa gli indicatori sono:

  1. calo del peso, al di sotto del 15% del peso normale;
  2. amenorrea (scomparsa del ciclo mestruale);
  3. paura di ingrassare che non diminuisce nemmeno di fronte alla evidente perdita di peso;
  4. una distorsione nella percezione del proprio corpo ed un'eccessiva importanza data alla propria immagine fisica ed al proprio peso, nel determinare la stima di sé.
I criteri diagnostici della bulimia nervosa riguardano:
  1. la presenza di abbuffate almeno due volte alla settimana;
  2. comportamenti finalizzati al controllo del peso (digiuno, autoinduzione del vomito, utilizzo improprio di lassativi e/o diuretici, un'intensa attività fisica);
  3. una percezione distorta del proprio corpo.
Parlare di anoressia e bulimia significa affrontare un ambito in cui il confine tra comportamento a rischio e patologia conclamata è molto labile ed in cui la serietà e la professionalità di coloro che si occupano del problema divengono indispensabili. Le esperienze in questo campo sono state, finora, soprattutto riferite a contesti sanitari, con approcci differenziati a seconda della gravità dello stato di salute psicofisica dei soggetti ed anche delle varie correnti teoriche, sia mediche che psicologiche, ipotesi psicodinamiche, dispercettive, relazionali sistemiche, cognitivo comportamentali.
Il pensare ad un gruppo a.m.a. su questo tema può offrire un'opportunità di incontro, facilitato, tra persone che vivono lo stesso problema, in un'ottica di reciproco sostegno e di crescente presa di coscienza sulla propria situazione.
Presupposto fondamentale: il libero accesso, la reciproca disponibilità a fornirsi aiuto, la riservatezza ed il sostegno alle terapie in corso.
Gli incontri della fase formativa prevedono generalmente la presenza di esperti nel campo della bulimia e anoressia e di dietisti o dietologi che affrontano il tema dei disturbi alimentari da un punto di vista clinico e sintomatico dando informazioni sulla composizione degli alimenti per una dieta equilibrata. Si cerca inoltre di portare le persone partecipanti ad una maggior consapevolezza e responsabilizzazione rispetto al proprio problema informandole dei servizi specializzati presenti sul territorio. Parlare inoltre di autostima e di tecniche di autocontrollo può essere di stimolo ed aiuto ai partecipanti. L’esperienza del gruppo “Tutto il pane del mondo”
Il gruppo ha avuto origine in un contesto sanitario privato, su proposta di un medico dietologo e rivolto alle proprie pazienti. A distanza di un anno l'esperienza si è trasferita all'interno dell'Associazione A.M.A.
La composizione del gruppo è mutata nel corso degli anni, inizialmente l'età variava tra i 15 ed i 32 anni, con situazioni personali molto differenziate: adolescenti, giovani donne, nubili, coniugate, con una prevalenza di studentesse giovani e disoccupate.
Sono varie le fasi del problema in cui si trovano le partecipanti, alcune con scarsa consapevolezza sulla patologia, in crisi acuta, altre in una condizione stabile o impegnate al superamento delle proprie difficoltà. La maggior parte di loro segue una terapia di supporto sia a livello psicoterapico, sanitario e dietetico. Non è possibile risolvere da sé un problema così complesso. Il formulare una richiesta d'aiuto, anche terapeutica, è un altro obiettivo del gruppo, non come un altro "dover essere", ma come libera scelta. Nel proseguo di questa esperienza sono nate alcune riflessioni da tenere in considerazione all'avvio di gruppi simili: la possibilità di coinvolgere le famiglie per favorire un cambiamento più profondo nel proprio stile di vita; un collegamento con i vari servizi che operano sul territorio per tali problemi; i luoghi di socializzazione, scuola, progetto giovani ecc. come possibili canali di informazione e in rete con i servizi.
Il canale preferenziale di informazione per accedere al gruppo rimane quello del "passaparola", soprattutto in ambiente scolastico od amicale.

DEPRESSIONE

La depressione rappresenta una condizione psicopatologica che per la gravità della sintomatologia clinica, la notevole frequenza di recidive e il rischio di suicidio necessita di essere curata sia da un punto di vista medico-psichiatrico che sociale.

La depressione è una patologia rilevante anche dal punto di vista epidemiologico: dal 5% al 17% della popolazione risulta affetta da disturbi depressivi (Tratto da Greist e Jefferson, Depressione e trattamento, Positive Press, Verona, 1997).
Parecchi studi nelle comunità americane indicano che in un qualsiasi momento a circa il 5% della popolazione può essere fatta una diagnosi di depressione maggiore e almeno il 10% ad un certo punto nell’arco della vita.
Questo fenomeno non investe solamente i diretti interessati, ma coinvolge anche le famiglie e le sue implicazioni sociali ed economiche sono significative non solo per il singolo individuo, ma per l’intera collettività.
Per questi motivi è necessario un lavoro sinergico tra i vari attori coinvolti, a partire dall’individuo, la sua famiglia, il servizio sanitario ed ogni altro agente di cambiamento, che possa non solo diminuire o eliminare i sintomi patologici, ma migliorare la qualità della vita del singolo e quindi della società.
Data la gravità del fenomeno e la sua diffusione si pone in maniera sempre maggiore la necessità di dare risposte il più possibile globali ed unitarie, cercando di alleviare questo stato di sofferenza interna della persona e del suo nucleo familiare e prevenire ulteriori danni.
La risposta può essere data dalla collaborazione fra i servizi e da interventi di tipo diverso che rispondano alle molteplici esigenze delle persone che vivono questo tipo di problematica.
Gli interventi proposti per persone sofferenti di depressione sono essenzialmente di tipo medico - psichiatrico, comprendenti cure farmacologiche e psicoterapie individuali. Questo tipo di intervento risulta indispensabile, ma per ristabilire un equilibro che non sia solamente fisico, ma emotivo, sociale e psicologico, è importante anche un sostegno dato dalle reti informali della persona.
Per raggiungere il benessere l’uomo necessita di una rete sociale e di relazioni significative che lo sostengano nei momenti di difficoltà.
Il tipo di patologia generalmente incide sulle relazioni sociali della persona, che si ritrova spesso sola a dover gestire la propria situazione problematica, incapace o impossibilitata ad uscire di casa e a mantenere relazioni significative.
Per tale motivo a partire dal 1995 l'Associazione A.M.A. ha pensato che fosse opportuno affiancare alle terapie tradizionali già in atto, un intervento di sostegno e scambio tramite il gruppo a.m.a., in modo di dare risposta alle esigenze di relazione e confronto.
L’esperienza del gruppo "Ritroviamo i colori"
Prima di partire con il gruppo “Ritroviamo i colori” è stato necessario sensibilizzare i professionisti che più di frequente avevano contatti con questo tipo di utenza, in particolare medici di base e medici psichiatri, in modo tale da avere un canale privilegiato di invio e la possibilità di confronto.
Il Servizio di Salute Mentale di Trento ha accolto positivamente la proposta di dar vita ad un gruppo di auto mutuo aiuto ed è iniziata così una collaborazione proficua e duratura con l’Associazione A.M.A.
Negli incontri formativi iniziali vengono in genere coinvolti medici e psicologi del Centro di Salute Mentale, che forniscono stimoli per approfondire alcuni aspetti, tra cui l’utilizzo degli psicofarmaci e le implicazioni psicologiche della depressione, in particolare di come questa patologia influisca sulle capacità e sull’autostima della persona.
Un altro tema toccato nelle serate iniziali è quello della comunicazione, basilare per consolidare le relazioni tra i partecipanti all’interno del gruppo. Spesso le “regole” della comunicazione sono date per scontate, ma risulta invece importante riprenderle, far sì che ogni persona sia in grado di comunicare efficacemente ed ascoltare in modo attivo all’interno del gruppo.
Terminati gli incontri formativi, si è rivelato importante, almeno per un certo periodo, mantenere un facilitatore esterno, non coinvolto nella problematica, per “gestire” le dinamiche di gruppo ed essere punto di riferimento per gli altri membri.
Con il tempo è possibile che una stessa persona partecipante al gruppo, dopo aver chiarito quale sia il ruolo del facilitatore, prenda il posto del facilitatore professionale.
Nel corso degli anni all’interno dei gruppi sono emersi molti temi, in particolare il rapporto con gli psicofarmaci, la dipendenza che da questi può derivare e le controindicazioni, le difficoltà con la famiglia ed il cambiamento che la depressione ha portato sulle relazioni sociali e sul normale svolgimento della vita quotidiana.
In alcuni casi le persone, soprattutto nella fase iniziale, riportano la difficoltà di ascoltare dei problemi molto gravi e situazioni molto complesse, tanto che si ritorna a casa con maggiori pensieri di quando si è arrivati al gruppo. Questa difficoltà fa sì che alcune persone si allontanino dopo i primi incontri; le persone che invece sono più costanti nella frequenza riescono a superare il momento di difficoltà iniziale e anzi ritrovano nel gruppo sollievo e nuovi stimoli per affrontare la propria situazione.
Un altro problema rilevato nel corso del tempo è la costanza nella frequenza al gruppo. A causa del tipo di problematica le persone non se la sentono di frequentare ogni settimana e nei momenti di crisi maggiore non escono di casa e quindi non riescono a partecipare neppure al gruppo. D’altra parte l’avere un impegno fisso può aiutare la persona ad uscire e quindi ad avere maggiori stimoli.
Nelle fasi di maggior difficoltà sono gli stessi partecipanti al gruppo che vanno a trovare la persona che non frequenta o dimostrano la loro vicinanza attraverso le telefonate.
Il gruppo certamente non è l'unica risposta e in molti casi non modifica la patologia, ma fa sì che nella difficoltà vissuta non ci si senta soli, ma si trovino dei compagni di viaggio per vivere al meglio la situazione presente e si creino delle reti significative che si attivano sia nel momento di maggior bisogno che nella quotidianità.
Attualmente sono attivi in Trentino circa una decina di gruppi “Ritroviamo i colori”; in questi anni sono state coinvolte circa duecentocinquanta persone sofferenti di depressione ed i loro familiari.

ANSIA ED ATTACCHI DI PANICO

La depressione rappresenta una condizione psicopatologica che per la gravità della sintomatologia clinica, la notevole frequenza di recidive, l’elevato rischio di suicidio necessita di essere curata sia da un punto di vista Il fenomeno dell’ansia e attacchi di panico è attualmente molto diffuso. Il disturbo generalmente inizia in età giovanile con esordio compreso tra i 15 ed i 35 anni ed è più frequente nelle donne rispetto agli uomini.
Esiste una differenza sostanziale tra paura e ansia anche se spesso i due termini vengono utilizzati indifferentemente. La paura nasce da un fattore esterno e ben riconoscibile ed è funzionale a scatenare in noi una risposta al pericolo imminente. L'ansia invece dipende da un fattore interno difficile da controllare, esiste un punto di equilibrio in cui risulta essere efficace ai fini della capacità di fronteggiare prontamente le situazioni, ma al di sotto o al di sopra di questo punto essa diviene patologica. In difetto rischiamo di sottovalutare il pericolo, in eccesso può provocare disturbi d'ansia o di attacchi di panico.
L'attacco di panico è una crisi di ansia estrema, che comporta sintomi fisici e psichici amplificati all'eccesso accompagnati da paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, di de-personalizzazione (sentirsi come estraneo a se stesso o come distaccato da sé) de-realizzazione (vivere la realtà esterna come strana, irreale); senso di soffocamento, vertigine, tremore e tachicardia. Gli attacchi di panico hanno un'insorgenza improvvisa e una durata breve, da pochi secondi a qualche minuto.
Dopo il primo attacco la persona teme il ripetersi della crisi e ne diventa ossessionata al punto da evitare tutte le situazioni a rischio: uscire da soli, usare mezzi pubblici, evitare luoghi affollati ecc.
Il benessere individuale ne viene molto penalizzato e il disturbo può invalidare pesantemente la vita di una persona e dei suoi familiari che spesso hanno difficoltà a rispondere alle sue richieste di aiuto. Inoltre i disturbi da ansia e attacchi di panico aumentano la probabilità per il soggetto di depressione, suicidio, abuso di sostanze come ansiolitici, fobie anche sociali (ansia dovuta alle situazioni in cui ci si sente osservati come mangiare, mostrarsi in pubblico ecc.), ansia generalizzata.
Spesso le cause psicologiche ed emotive dei disturbi d'ansia e di attacco di panico emergono da una difficoltà di introspezione da parte della persona che ne è affetta. La persona teme di mostrarsi per quello che è anche nei lati negativi. Il timore di essere in qualche modo "malvagi, perversi", non permette alla propria emotività di fluire liberamente portando a conseguenze imprevedibili come l'attacco di panico. Sono pertanto da favorire tutti gli approcci che stimolano l'acquisizione di sicurezza emotiva nella persona, accettazione e di apertura della propria interiorità e delle proprie emozioni. Molto efficaci in tal senso si rivelano i gruppi a.m.a. caratterizzati da un clima empatico e di accettazione che favorisce l'esporsi della persona e la sicurezza di sé.
Le riunioni del gruppo, a cadenza settimanale, sono precedute da alcuni incontri formativi che trattano temi di interesse per i partecipanti: le terapie più utilizzate nella cura dei disturbi; le tecniche di autocontrollo, che possono aumentare la capacità di far fronte al cambiamento che si intende intraprendere superando le paure legate all'ansia o all'attesa di un nuovo attacco di panico.
L'esperienza del gruppo di Trento è ormai attiva dal 2000. Le persone si sono rese utili concretamente tra loro organizzando uscite e incontri anche in ambienti pubblici, rinforzandosi l'un l'altro nelle piccole conquiste raggiunte, come arrivare in centro città, salire l'autobus da soli, ecc…

FAMILIARI DI PERSONE CON DISAGIO PSICHICO

Quando una persona soffre di disagio psichico, alla malattia del singolo si aggiunge la sofferenza della famiglia, spesso costretta a recidere relazioni amicali che potrebbero invece costituire un ancoraggio alla realtà e contribuire alla salute mentale del nucleo familiare.
Sono molte le associazioni di familiari che promuovono l’informazione sul disagio mentale, le relazioni con i professionisti e gli enti socio-sanitari che curano i malati, la solidarietà e socializzazione tra familiari. Accanto a queste, un aiuto importante per i familiari può essere rappresentato dal gruppo di auto mutuo aiuto.
Quest’ultimo si differenzia da attività di rivendicazione dei diritti o di controllo dei servizi in quanto in esso sono centrali la riflessione su di sé e l’espressione dei propri sentimenti e vissuti nella relazione con il parente malato.

Nel gruppo di auto mutuo aiuto si può:

  • trovare un po’ di tempo da dedicare a se stessi;
  • gestire con maggiore consapevolezza i propri vissuti rispetto alla situazione vissuta in famiglia;
  • creare amicizie che aiutano ad uscire dall'isolamento vissuto da molte famiglie;
  • accorgersi di non essere gli unici ad affrontare difficoltà legate al disagio psichico e sentirsi meno isolati;
  • conoscere le esperienze degli altri ed utilizzarle come fonte di apprendimento per la gestione delle difficoltà che quotidianamente si affrontano.
In provincia sono stati attivati gruppi per familiari a Trento, a Cles e ad Arco. La testimonianza di una partecipante “Al principio, provavamo tutti un grande disagio”
racconta una madre che frequenta un gruppo per familiari a Trento “seduti in cerchio, non osavamo neanche guardarci l’un l’altro. Poi ci siamo letti in faccia il dolore che ciascuno provava ed è stato l’inizio di una resurrezione. Prima di allora non potevo esprimere le mie emozioni con nessuno, nemmeno con gli amici. Che ne sapevano, loro, di quello che avevo dentro? Lì invece tutti sapevano, il loro era un ascolto autentico. Risultato: l’atmosfera in famiglia è cambiata, siamo diventati più sereni, meno impacciati. Io e mio marito abbiamo smesso di litigare, di rimpallarci responsabilità per il dramma che ci era capitato, abbiamo imparato a metterci in discussione. Ma perché la cosa funzioni bisogna togliersi la maschera, essere se stessi, non vergognarsi degli sbagli commessi. E ci riesci, perché quando è in gioco la salute, la vita di tuo figlio, le motivazioni sono fortissime.”

INSIEME PER NON FUMARE PIU'

Nei paesi industrializzati il fumo da sigaretta è oggi la principale causa di malattia e di morte su cui si può intervenire a livello preventivo con modalità efficaci e a bassissimo costo.
Ogni anno il fumo causa in Italia tra i 75.000 e i 90.000 morti, di cui più di 30.000 per tumori, più di 10.000 per malattie respiratorie croniche, più di 35.000 per malattie cardiovascolari. Nel mondo, il fumo di sigaretta è responsabile di circa tre milioni di morti l'anno.
L'aspettativa di vita di un fumatore moderato (15 sigarette al giorno) è ridotta di oltre 5 anni, 40 sigarette al giorno riducono questa aspettativa a circa 8 anni e mezzo.
Al fumo di sigaretta viene attribuito il 30% delle malattie coronariche e il 35% circa di quelle per tumore. Doppio è anche il rischio di infarto miocardico.
Il fumo di sigaretta ha un importante ruolo nella formazione delle placche arteriosclerotiche nel conseguente rischio di ictus, infarto, angina e patologie vascolari periferiche.
E' ormai noto che il fumo nelle donne riduce la fertilità e causa gravi danni sul feto. Il peso medio alla nascita di bambini nati da madre che fuma durante la gravidanza è di circa 250 grammi inferiore a quello di bambini nati da madri non fumatrici. Inoltre il fumo aumenta l'incidenza di aborti spontanei, di nati morti e di decessi neonatali.
Il "fumo passivo" o involontario causa malattie, incluso il cancro al polmone. Chi è esposto al fumo passivo si trova nelle medesime condizioni del fumatore moderato e, di conseguenza, deve sopportare tutte le relative conseguenze. Negli ultimi anni si sono diffuse a livello internazionale numerose iniziative per attuare programmi di disassuefazione da fumo per il maggior numero di persone possibili.
 


Dalla sua nascita ad oggi, l'Associazione A.M.A. ha organizzato in Trentino più di 120 gruppi di a.m.a. per la disassuefazione da fumo, coinvolgendo più di duemila fumatori e settecento familiari.

Il percorso del gruppo "Insieme…per non fumare più" si articola in due momenti:

  1. La prima fase (la cosiddetta fase intensiva) si articola in quattro incontri in giorni consecutivi, ciascuno dei quali dura circa un'ora e mezza. Il facilitatore ha un ruolo attivo e propositivo e assieme al gruppo lavora sulla ricerca di motivazioni personali per smettere di fumare, elabora strategie d'intervento per la gestione della crisi di astinenza da nicotina, lavora per favorire l'autocontrollo e propone una dieta appropriata per l'eliminazione rapida della nicotina. Il corso prevede anche esercitazioni pratiche e tecniche comportamentali volte a conoscere meglio il proprio corpo e i cambiamenti che avvengono con l’astinenza da fumo, a combattere le crisi d’astinenza e a rafforzare la decisione di smettere di fumare. E' previsto l'ausilio di lucidi o slides, per lavorare sugli aspetti positivi legati allo smettere di fumare e sui concetti di salute e di autoprotezione, per stimolare riflessioni e lavorare sui "campanelli d'allarme" legati all’associazione di determinati comportamenti con la sigaretta.
  2. Nella fase successiva (“di consolidamento”), che prevede 4 incontri a cadenza settimanale, diventa fondamentale il sostegno tra i partecipanti, secondo la metodologia dell’auto mutuo aiuto. L’esperienza del gruppo di auto mutuo aiuto prevede che il cambiamento del proprio stile di vita si possa raggiungere attraverso il rafforzamento reciproco della motivazione a raggiungere l’obiettivo comune, attraverso la condivisione e il confronto con le altre persone sui problemi che insorgono e sui successi che si raggiungono.
Al termine degli otto incontri i frequentanti sono liberi di fissare in autonomia altre serate per proseguire nel consolidamento dell'astinenza e nel percorso di cambiamento.
Va anche detto che al gruppo si accede versando la quota associativa che ha significato "terapeutico" in quanto motiva il fumatore ad assumersi un impegno.
In genere, l'efficacia del percorso aumenta se agli incontri i fumatori vengono accompagnati da un familiare o un amico.
In questi gruppi non vengono selezionati i fumatori, non si limita a priori il numero di partecipanti e il tempo richiesto ai fumatori e al facilitatore è esiguo. A distanza di sei mesi, un anno e due anni i partecipanti vengono contattati per la verifica dell’astinenza.

GIOCO D'AZZARDO

Prima degli anni ’90 la spesa degli italiani per il gioco era costante (ottomila miliardi di lire, corrispondenti a circa 4 miliardi di euro), quindi era un fenomeno piuttosto contenuto. In seguito comincia a diversificarsi e incrementarsi l’offerta dei giochi pubblici; si moltiplicano anche i luoghi dove si può giocare, sempre più legati alla quotidianità, e tutti i segmenti della popolazione vengono raggiunti: c’è un’offerta di gioco per i giovani, per le donne, per gli anziani, per le famiglie. Si arriva, nel 2006, ad una spesa annuale nei giochi pubblici d’azzardo di 33,4 miliardi di euro.
Per gioco d'azzardo si intendono tutti quei giochi il cui esito è legato unicamente al caso.
I giocatori d'azzardo "patologici" sono persone incapaci di resistere all'impulso di giocare, in tal modo compromettendo, talora fino alla distruzione, le proprie relazioni affettive, sociali e lavorative.
Le caratteristiche di tale comportamento sono le seguenti (Caratteristiche tratte dal DSM-IV, Diagnostc and Statistical Manual of Mental Disorder, ed.4°, American Psychiatric Association. Washington, 1994):

  1. eccessivo assorbimento per il gioco d'azzardo;
  2. bisogno di giocare sempre maggiori quantità di denaro per raggiungere l'eccitamento desiderato;
  3. ripetuti insuccessi nei tentativi di ridurre o interrompere il comportamento;
  4. il gioco d'azzardo rappresenta un'evasione ai problemi e uno strumento per recuperare le perdite;
  5. l'utilizzo continuo della menzogna per nascondere la cifra del denaro perso;
  6. esercizio di atti illeciti per finanziarsi il gioco;
  7. l'incrinarsi o la perdita delle relazioni interpersonali a causa del gioco;
  8. il bisogno dell'altrui aiuto per far fronte ai debiti.
La patologia si evolve in alcune caratteristiche fasi. In una prima fase il soggetto vince, non necessariamente una grossa somma di denaro, ma tale da fargli acquistare un elevato concetto di sé come giocatore, sviluppando in lui la convinzione che le vincite si ripresenteranno.
Successivamente, nonostante le continue perdite, egli manifesta un'irragionevole ottimismo nelle proprie capacità, rischiando sempre maggiori quantità di denaro e rendendo così le perdite sempre più consistenti. La convinzione è che le vincite future potranno risanare la situazione. Nel frattempo però si compromettono i rapporti familiari, amicali e di lavoro. Il desiderio di "rimettere tutto a posto" è irrefrenabile anche quando la persona comincia a confidare il suo problema ad un familiare. Sanare la perdita diventa un'ossessione che induce a comportamenti illegali che non fanno che accrescere il senso di irreparabilità della situazione. In questa fase la persona accusa irrequietezza, irritabilità, insonnia e mancanza di appetito che possono sfociare in depressione, mancanza di autostima, disperazione, suicidio.

In Italia lo studio e la cura del gioco d'azzardo patologico sono abbastanza recenti, ma esistono numerose realtà che se ne occupano, sia a livello pubblico che a livello privato. In Italia la cura dei giocatori patologici è effettuata, anche se in modo ancora non omogeneo, dai Servizi Tossicodipendenze delle ASL, che sono generalmente in grado di fornire informazioni sui centri di cura anche quando non se ne occupano direttamente. Esistono inoltre alcune realtà private tra le quali Giocatori Anonimi, associazione gratuita e basata sul auto-aiuto, affiliata a Gamblers Anonymous Americano, che aiuta il recupero da questa dipendenza e ha in Italia numerose sedi.
Un ulteriore approccio innovativo in questo campo è l'auto mutuo aiuto.
Le persone o famiglie che condividono il disagio del gioco patologico, si uniscono attorno ad un obiettivo comune: fermare il comportamento patologico del gioco d'azzardo. Le persone si impegnano per il loro cambiamento attivandosi in prima persona; attraverso il reciproco sostegno e il confronto delle esperienze vissute.
Nel gruppo a.m.a. la persona sperimenta le proprie risorse: impara a conoscersi meglio, ad aumentare la propria autostima, a scoprire i propri limiti ed aumentare le proprie potenzialità, a creare o rafforzare una rete di rapporti per sostenere il cambiamento.
Il gruppo viene introdotto da alcuni incontri formativi con esperti del settore che aiutano i partecipanti ad approfondire aspetti relativi al gioco d'azzardo, fornendo suggerimenti e strumenti per cercare di conoscere meglio se stessi, portando alla luce anche il rapporto con la propria immagine e la visione di sé. Spesso, infatti, quando si vivono situazioni di sofferenza la persona tende a svalutarsi, colpevolizzarsi, annullando, in tal modo, la propria autostima. La testimonianza di un partecipante La mia esperienza personale sul gioco è devastante in tutti i modi immaginabili. Ho cominciato come tutti con l'illusione di poter migliorare la mia situazione economica e finanziaria. Invece, pian piano, mi sono accorto che stavo dando fondo a tutte le mie risorse economiche da me e da mia moglie guadagnate con onestà e fatica. Personalmente, i giochi li ho provati tutti ma senza nessun risultato positivo. Comunque sia e per quello che mi riguarda, i più devastanti tra tutti i giochi d'azzardo, sono i video-pocker che ci sono nei vari locali pubblici. Con i video-pocker ho proprio toccato il fondo e lo ho fatto toccare anche alla mia famiglia.
Ho cominciato ad umiliarmi andando in giro a chiedere soldi a colleghi e amici sempre per giocarli e visto che perdevo anche quelli mi sono messo a rubare i soldi di mio figlio per perdere anche quelli. Ogni sera ed ogni giorno era una bugia peggio dell'altra pur di giocare. All'ordine del giorno c'erano problemi con la famiglia, con i soldi, con i colleghi di lavoro, con gli amici. Ad un certo punto ci si accorge che il mondo in cui si vive è un mondo fatto di umiliazioni, sotterfugi per nascondere il proprio problema con il gioco.
Alcuni proprietari di bar dove sono attivi i video-pocker, approfittano delle debolezze dei giocatori e, anche se perdi millecinquecento euro in una sera o diecimila euro in un mese, non cercano di fermarti ma, a volte, ti incitano a giocare ancora.
Quando giocavo, continuavo a sentirmi male, sudavo, avevo mal di testa, ero sempre arrabbiato con me stesso e con gli altri e non capivo come mai i baristi pagavano le vincite dei video-pocker in denaro pur essendo vietato dalla legge.
Attualmente, organizzato dall'Associazione A.M.A, sto frequentando un gruppo a.m.a. per giocatori d'azzardo e sono due mesi che non gioco più, ho riacquistato fiducia in me stesso, ho riallacciato i rapporti con la mia famiglia e sto ricostruendo le basi per una vita migliore.

Il gruppo sostiene i partecipanti nell’acquisire consapevolezza dalla propria dipendenza e quindi della possibilità di modificare la propria situazione. Un obiettivo vuole essere dare uno spazio dove ritrovare, attraverso il confronto con altri, fiducia in se stessi per provare a riallacciare i rapporti rovinati (con la famiglia, con gli amici, i colleghi).

DIPENDENZA DA INTERNET

La dipendenza da Internet, nota come IAD (Internet Addiction Desorder) è un fenomeno relativamente nuovo. Le persone che ne sono affette sono caratterizzate da un desiderio spasmodico di trascorrere in rete la maggior parte del proprio tempo. Non diversamente dall’alcol, dall’eroina o dalla cocaina, serve per fuggire progressivamente alla realtà, portando gradualmente la persona ad isolarsi e a trascurare le relazioni sociali.
Il sistema informatico esercita sulla persona affetta da IAD un fascino incredibile, che la fa entrare in un mondo diverso, parallelo. Il mondo di Internet, in particolare quello delle chat-line è magico: si può essere chi si vuole, nascosti dietro uno schermo. In particolare sulle chatlines è possibile dimenticare dolori ed amarezze, nell'illusione di vivere relazioni autentiche.
I criteri per stabilire se si è o meno affetti da IAD sono stati elaborati dallo psichiatra inglese Goodman, il quale afferma che cinque risposte affermative date al seguente questionario evidenziano ciberdipendenza:

  1. preoccupazione/ansia frequente legata a comportamenti in rapporto all’utilizzo di Internet;
  2. tempi di utilizzo del computer più lunghi del previsto e vissuti con grande intensità;
  3. tentativi ripetuti per ridurre, controllare, abbandonare il comportamento virtuale;
  4. notevole durata del tempo consacrato a preparare gli incontri su Internet o a intraprenderli;
  5. bisogno impellente di collegarsi ad Internet quando il soggetto deve compiere obblighi professionali, scolari, familiari o sociali;
  6. le attività sociali, professionali o ricreative sono grandemente sacrificate dal comportamento ciberdipendente;
  7. perpetuazione del comportamento malgrado il soggetto sia consapevole del proprio problema persistente o ricorrente di ordine sociale, finanziario, psicologico o psichico;
  8. bisogno continuo di aumentare l’intensità o la frequenza di utilizzo di internet per ottenere l’effetto desiderato oppure diminuzione dell’effetto desiderato se si continua un comportamento della stessa intensità (con gli stessi tempi di collegamento il comportamento è meno piacevole per avere maggiore piacere bisogna collegarsi sempre di più);
  9. agitazione o irritabilità nei casi in cui venga impedito alla persona di dedicarsi al comportamento di dipendenza da Internet.
L'Associazione A.M.A., stimolata dalla richiesta diretta di una persona con problemi di dipendenza da Internet, in particolare da chat, ha dato avvio al primo gruppo virtuale all'inizio del 2002, con l'idea di utilizzare internet per parlare davvero di sé, poter raccontare come si è veramente, con le proprie risorse ed i propri limiti.
Sono stati valutati i rischi di questo progetto, che certamente non dà modo alle persone di relazionarsi faccia a faccia nella stessa stanza, ma è sembrata in ogni caso una possibilità in più per confrontarsi e per far sì che persone anche distanti tra loro possano comunicare.
Nel periodo in cui il gruppo è stato attivo gli incontri si sono tenuti una volta alla settimana per un'ora e mezza ed hanno permesso alle persone di diverse provenienze di confrontarsi sulle problematiche che stavano vivendo.

DISTURBI AFFETTIVI

Molte donne e uomini che “amano troppo” vivono rapporti difficili per scarsa stima e amore per se stessi. Questi tipi di relazione sono caratterizzati da sofferenza, dipendenza, fatica e controllo. E' difficile per loro giungere alla consapevolezza che bisogna volersi bene per non dare troppo agli altri, per non finire a volere bene a tutti meno che a se stessi. Alcuni hanno alle spalle vissuti particolarmente negativi e angosciosi ed è molto difficile per loro chiedere aiuto; spesso sono persone che affrontano le loro difficoltà da sole. Non esiste un profilo di chi soffre per una relazione non serena, sono persone diverse per condizioni di vita, ruolo sociale, età.
L’esperienza del gruppo “Amarsi per non amare troppo” di Rovereto
L'idea iniziale è stata stimolata dalla lettura del libro di R. Norwood «Donne che amano troppo» L'esperienza è nata nel 1995 con incontri inizialmente rivolti solo a donne: gruppi pensati per donne che si trovano a dover affrontare problemi legati alle relazioni con il partner e che hanno dubbi, sofferenze, vissuti negativi o angoscianti a livello affettivo. Si vuole dare la possibilità di condividerli con qualcuno, rompendo l’isolamento, la solitudine, la sensazione di essere da sole a dover affrontare le difficoltà.

Il gruppo aiuta a ritrovare la propria vera identità di donna, i propri confini personali, offre l’occasione di scambiare opinioni ed esperienze, di rompere la solitudine e migliorare la stima di sé. Il cammino nel gruppo di a.m.a. fa emergere quanto l’ascoltare e l’essere d’aiuto siano importanti nella riscoperta delle proprie capacità affettive.
Attraverso il confronto reciproco e l’approfondimento di temi e problemi che via via ognuno porta negli incontri, il tentativo è di aprirsi verso se stessi e gli altri e ritrovare quel equilibrio e quella gioia di vivere che una storia dolorosa ha fatto dimenticare. L’obiettivo è quindi quello di imparare a conoscersi, a volersi bene, ad apprezzare le proprie qualità e ad accettare i propri limiti.
Il numero delle partecipanti si è sempre mantenuto intorno alle 12 unità ma con gli anni è nata l'esigenza, date le richieste, di far nascere altri due gruppi di cui uno a Rovereto. Nella fase di avvio del gruppo sono state proposte alcune serate a tema per aiutare le persone ad inserirsi al meglio in questo tipo di esperienza.
Uno dei primi incontri è stato dedicato all’approfondimento del tema della dipendenza affettiva, che impedisce di vivere serenamente le proprie relazioni. In altri incontri sono stati approfonditi i temi dell’autostima (per giungere alla consapevolezza che bisogna voler bene a se stesse) e della conoscenza di sé, per riscoprire le proprie qualità ed assumere un atteggiamento più positivo verso se stesse.
In un primo tempo il gruppo non ha ritenuto opportuno aprire l’esperienza anche agli uomini, per il timore di generare rischiosi giochi di seduzione e competizione che avrebbero fatto ricadere le donne nella trappola di prendersi troppa cura di loro a scapito di se stesse.
In seguito l'esperienza è stata allargata anche agli uomini, con risultati positivi in termini di confronto e di ricchezza di stimoli ed esperienze.
Per descrivere l'esperienza seguono alcune opinioni delle partecipanti al gruppo partito nel 1995: "Il clima molto affettuoso mi ha permesso di superare paure e diffidenze e comunicare le mie sensazioni. L'esperienza più positiva? L'accettazione da parte delle altre, ricevere calore umano per quello che si è, senza essere giudicati, senza provare vergogna o timore per quello che si esprime. E' bello incontrare persone che sono sul tuo stesso cammino"; "Un'esperienza forte, dolce, che mi ha avvicinata a queste donne. Riconciliata con me e aperta di più agli incontri, anche con gli uomini".

ELABORAZIONE DEL LUTTO

Perdere una persona cara è una delle esperienze più dolorose che ci si trova ad affrontare nella vita.
Nella nostra cultura il concetto e il pensiero della morte vengono allontanati, come un qualcosa che non fa parte della nostra vita.
La paura della morte è una paura universale, anche se si crede di averla dominata a molti livelli; la scienza medica ad esempio ha fatto molti progressi e questo ha permesso di spostare sempre più lontano il momento in cui ognuno di noi giunge al termine della propria vita.
Queste benefiche scoperte hanno portato con sé il rifiuto della morte e della malattia; talvolta di cerca di esorcizzarla non parlandone, e quando succede un evento luttuoso, che presto o tardi ognuno di noi è destinato a vivere, non si è preparati ad affrontarlo.
L’elaborazione di un lutto è un processo lungo e articolato, ma spesso la realtà che ci circonda non ha la capacità di aspettare, mentre il rispetto di questi tempi è necessario e può prevenire futuri eventuali disagi psico-emotivi.
Non esistono interventi specifici rivolti a persone che stanno vivendo un lutto, se non qualora si presenti una conseguenza di disagio psicologico (es. depressione, ...).
Dopo un breve periodo dall’evento luttuoso, la realtà sociale che circonda la persona ritorna alla normalità mentre chi sta ancora soffrendo per la perdita, dopo lo smarrimento e la rabbia per ciò che è successo, vive spesso un senso di solitudine.
In questi momenti è importante avere un sostegno ed un aiuto, ed è per questo che l’Associazione A.M.A. ha deciso di favorire l’attivazione di gruppi a.m.a. in questo ambito.
Il gruppo offre la possibilità alla persona di condividere il proprio dolore, i propri sentimenti e le proprie difficoltà con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza e provano gli stessi sentimenti e lo stesso dolore.
Nel gruppo i partecipanti cercano di rielaborare la propria perdita e di trovare nuove risorse per affrontare momenti di solitudine e sofferenza.
Questo clima di sostegno reciproco e profonda condivisione favorisce l’ascolto e il sostegno, cercando insieme di ritrovare la serenità e la speranza.
Nelle serate della fase formativa i partecipanti hanno la possibilità, fin da subito, di portare la propria esperienza ed i propri vissuti, nel pieno rispetto dei tempi di ognuno e lasciando la libertà di mettersi subito in gioco o aspettare gli incontri successivi. Gli incontri introduttivi sono centrati sui seguenti argomenti:

  1. Noi e la morte: aspetti sociali dell’elaborazione del lutto. In questo incontro si affronta il tema della morte nei suoi aspetti sociali, soffermandosi sui diversi modi e luoghi di morire oggi (sempre più spesso in strutture ospedaliere) rispetto al passato; in ospedale l’accento viene posto maggiormente sull’assistenza e competenza tecnica, sacrificando a volte l’aspetto psicologico e relazionale tra familiari, paziente e personale.
  2. Le diverse reazioni al lutto, in relazione al tipo di morte (se improvvisa o preceduta da una lunga malattia), all’intensità del legame con la persona scomparsa, alle caratteristiche personali di chi sta vivendo il lutto, e ad altri aspetti rilevanti.
  3. Il lutto: un viaggio dentro la vita. Viene affrontato il tema della perdita di una persona cara dal punto di vista psicologico ed emotivo. Dalla nascita alla morte il dolore è una componente essenziale della vita e imparare ad accettarlo fa parte del processo di maturazione di ciascuno. In questo incontro si affrontano le reazioni delle persone colpite da un lutto e le risorse a cui possono accedere, sia interne che esterne, sottolineando in particolare le opportunità e gli stimoli offerti da un gruppo di auto mutuo aiuto.
  4. Il cambiamento: perdere una persona cara comporta, oltre ad una grande sofferenza, anche un cambiamento nelle abitudini e nelle attività quotidiane dei componenti della famiglia. Bisogna imparare ad assumere nuovi ruoli che prima venivano ricoperti dalla persona scomparsa o ad interrompere determinate attività che si effettuavano in relazione al familiare defunto.
L'ESPERIENZA DEL GRUPPO "OLTRE IL BUIO" DI TIONE Nei primi mesi del 2000 l’Associazione A.M.A. delle Valli Giudicarie accoglie la richiesta di un’infermiera del Centro di Salute Mentale della zona interessata ad attivare un gruppo a.m.a. “Oltre il buio”.
Insieme si cerca di capire quali possano essere le esigenze emerse dal territorio e si decide di provare ad attivare questo tipo di gruppo introducendolo con alcuni incontri formativi. Questo permetterà anche di valutare se c’è veramente l’interesse da parte della popolazione a partecipare a questo tipo di esperienza.
Si contattano i vari relatori che dovranno tenere gli incontri e si creano un volantino ed una locandina contenenti le varie informazioni sul gruppo e le date degli incontri.
Per pubblicizzare l’iniziativa si contattano i parroci della zona, figure di riferimento importanti per le persone che stanno vivendo un lutto e si chiede la loro collaborazione nell’informare la popolazione. Stessa modalità viene attuata con i medici di famiglia, anch’essi a stretto contatto con persone che stanno soffrendo per la perdita di una persona cara.
Per poter raggiungere il maggior numero di persone viene inoltre pubblicato un articolo sui giornali locali e si invia il volantino a tutti i servizi sanitari e sociali.
Il gruppo viene attivato con la presenza di cinque nuclei familiari.
Terminati gli incontri introduttivi il gruppo decide di incontrarsi a cadenza quindicinale con la presenza di un facilitatore esterno.
Nei primi mesi di vita nel gruppo si è creato progressivamente un clima sempre più empatico e di confronto reciproco, permettendo così ad ogni partecipante di portare la propria esperienza, i propri vissuti e sentimenti e sentendosi accolto e capito.
La difficoltà principale riscontrata in un gruppo che affronta questo tipo di problematica e riportata dai partecipanti sembra essere l’abbandono frequente del gruppo dovuto alla disagio di veder ogni volta rinnovata la propria sofferenza ed il proprio dolore. E’ importante che il gruppo, una volta superato il momento in cui ognuno sente la necessità di esternare il proprio dolore, offra la possibilità ai partecipanti di trovare, dal reciproco confronto e nel pieno rispetto dei tempi di ognuno, le risorse e la forza per superare la sofferenza e ricominciare a sperare in una vita serena e felice.

SEPARATI E DIVORZIATI

In Italia un numero sempre maggiore di coppie è coinvolto nella separazione e nel divorzio.
Una separazione rappresenta un momento traumatico nella vita di coppia ed è vissuto con sofferenza e dolore dalle persone coinvolte che hanno condiviso parte della loro vita insieme.
Nonostante la decisione di separarsi possa essere consensuale è comunque sempre difficile affrontare una nuova situazione: i coniugi devono rielaborare la disgregazione del loro rapporto affettivo e spesso si annida un senso di fallimento, di solitudine e di grande tristezza.
Tutto questo viene potenziato se la decisione di separarsi viene subita da una delle parti: in questo caso la sofferenza e il senso di abbandono sono amplificati.
Spesso i risentimenti reciproci prolungano tale dolore attivando meccanismi di difesa e attacco che si ripercuotono sulla capacità di comunicazione tra le parti.
La situazione è ancora più difficile quando sono presenti dei figli; in questo caso la rielaborazione della situazione diventa importante non solo per i coniugi ma anche per poter salvaguardare il rapporto con loro e offrire un ambiente affettivo più equilibrato e tranquillo possibile.
La separazione dei coniugi segue di solito un travagliato periodo di crisi costituito da litigi e tensioni, seguite da stasi temporanee che sfociano quasi sempre in nuove rotture. Ma per decidere una separazione occorre una forte energia, una decisione che viene dal profondo, sentita improvvisamente come una cosa inevitabile. Si tratta di rimettere in gioco tutta una vita, per questo le conseguenze psicologiche e sociali sono spesso pesantissime. Inoltre, per alcune persone, per lo più donne che hanno dedicato la loro vita alla casa e ai figli e non hanno un reddito proprio, spesso si affacciano anche problemi di tipo economico, in particolare quando il contrasto con il coniuge diventa così forte da mettere in discussione anche il diritto dell’altro al mantenimento.

Un gruppo di a.m.a. rivolto a persone che vivono una situazione di separazione o divorzio può essere importante per creare momenti di incontro in cui trovare ascolto, comprensione e vicinanza da parte di persone che condividono la stessa situazione; può rappresentare un’opportunità per comunicare liberamente i propri stati d’animo, dubbi, sofferenze e ricevere sostegno nell’affrontare gli aspetti critici della separazione, confrontandosi sui propri conflitti e paure in modo da riconoscerli e gestirli in maniera costruttiva; può offrire inoltre un’occasione per creare nuove amicizie, vivere momenti ricreativi e rilassanti, crescere insieme ed uscire dalla solitudine.
Il percorso per l’attivazione del gruppo prevede una fase formativa costituita da alcuni incontri, in cui affrontare, oltre agli aspetti che caratterizzano i gruppi a.m.a., tematiche specifiche legate alla separazione. Con l’aiuto di uno psicologo si potranno approfondire aspetti psicologici ed emotivi della separazione, con un’attenzione particolare alla gestione dei sentimenti negativi che permangono dopo la disgregazione di un rapporto affettivo, in seguito al quale è necessario trovare un nuovo equilibrio, ridefinendo i ruoli e la posizione di ciascuno. Si potranno inoltre trattare aspetti giuridici legati alla separazione (assegnazione della casa coniugale, affidamento dei figli, assegno di mantenimento…) ed accennare alla mediazione familiare come intervento alternativo alla tradizionale via giudiziaria, volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari e all’attenuazione dei conflitti. Infine si potranno offrire alle persone spunti per riflettere sulle proprie modalità di comunicazione, per aiutare a capire da cosa è determinato il comportamento, cosa sono le frustrazioni e i conflitti, perché nascono e come si alimentano. L’esperienza del gruppo “Quando l’amore finisce”
Anche in questo caso la proposta di attivazione di un gruppo a.m.a. è giunta da un servizio, in particolare da un’operatrice del servizio di Neuropsichiatria Infantile di Tione, interessata e disponibile ad inviare alcune famiglie conosciute dal servizio.
In seguito a questa segnalazione, nel mese di marzo del 2001 hanno avuto inizio le serate formative precedenti alla partenza del gruppo.
Un’attenzione particolare è stata rivolta alla pubblicizzazione dell’iniziativa, tramite articoli su quotidiani e spot radiofonici, e alla sensibilizzazione dei servizi del territorio (Servizio Sociale, Servizio di Psicologia, Servizio di Psichiatria) e degli studi legali che si occupano di separazione e divorzio.
Inoltre, ritenendo che molte delle persone a cui era rivolto il gruppo potevano essere genitori con bambini piccoli, si è pensato alla possibilità di offrire un servizio di “babysitteraggio” durante le serate di incontro del gruppo; si è quindi trovata la disponibilità di alcuni volontari coordinati da “L’Ancora”, una cooperativa di solidarietà sociale attiva nella zona delle Giudicarie. Si è partiti da un piccolo gruppo di persone, che hanno trovato nel gruppo una risposta al bisogno di uscire dall’isolamento. Chi vive la separazione, infatti, spesso si trova solo perché si autoisola o perché le amicizie di coppia si sgretolano. E così, in un momento di forte abbandono, risulta importante poter parlare e sfogare il proprio dolore con qualcuno.

GENITORI ADOTTIVI

Con il termine adozione si intende quel procedimento mediante il quale un minore in stato di abbandono viene accolto da una famiglia disponibile a far fronte ai suoi bisogni, quali quelli di mantenimento, istruzione ed educazione, per tutto il periodo della sua vita, assumendo perciò lo stato di figlio legittimo. Il minore diventa parte della famiglia, come un figlio naturale, con gli stessi diritti e doveri; assume il cognome della nuova famiglia, ha diritto di successione, il dovere di mantenere i genitori etc…
E’ chiaro che questa possibilità implica una serie di valutazioni sociali, procedure amministrative e atti giuridici per garantire al minore un luogo di crescita il più possibile adeguato, con tempi di attesa a volte di anni. Per la famiglia che desidera un figlio le pratiche, i colloqui, diventano spesso procedimenti logoranti dal punto di vista psicologico.
Nel momento in cui questo bambino entra in famiglia tuttavia i problemi non spariscono; si instaurano nuovi legami, contemporaneamente nuovi ritmi, nuove decisioni, un nuovo ménage familiare che deve tenere conto della presenza di un nuovo e attesissimo arrivo. Crescere un figlio non è semplice e la famiglia deve adattarsi alle nuove richieste e porre attenzione ai rapporti che si instaurano non solo fra genitori e figlio, ma anche fra figlio ed eventuali fratelli.
Considerate le difficoltà, sia dal punto di vista legale che psico-sociale della famiglia che si approccia all’adozione o che sta già vivendo questa esperienza, i servizi non possono fare a meno di attivarsi per venire incontro a questi nuovi bisogni. Ecco che accanto all’aiuto psicologico, a quello sociale e a quello degli enti preposti al procedimento dell’adozione, nasce anche l’idea di un gruppo a.m.a. come risorsa nell’ambito del privato sociale e del volontariato per integrare l’azione dei professionisti presenti sul territorio.

Famiglie che stanno vivendo l’adozione o che sono in attesa di viverla possono affrontare questa fase della loro vita incontrandosi per scambiare esperienze e informazioni, per esprimere le proprie difficoltà e dubbi sul percorso intrapreso in un clima sincero di condivisione. La creazione di nuove reti informali può essere di aiuto per le persone, accanto alle risorse fornite dagli enti specialistici che accompagnano la famiglia verso l’adozione.
In quest’ottica l’Associazione A.M.A. ha proposto un percorso formativo in collaborazione con i servizi sociali, i servizi di mediazione familiare e il Tribunale per i Minorenni.
Nella programmazione del percorso formativo ci si è basati sulle richieste degli interessati e sulle risorse a disposizione dell’Associazione e degli Enti collaboranti.
Elaborato il programma di incontri dal titolo “Un bambino in famiglia”, è stato pubblicizzato attraverso volantini e cartelloni. Importante si è tivelata la collaborazione dei giornali locali che hanno pubblicato la notizia per qualche giorno di seguito.
Alle serate formative hanno partecipato circa 15-20 persone, mentre il successivo gruppo a.m.a. ha riunito 8 -12 partecipanti. Alcune coppie, ottenuta l’adozione di un bambino, hanno scelto di lasciare il gruppo, altre invece sono rimaste per portare la loro testimonianza a nuove coppie che si trovano in difficoltà, in particolare rispetto ai primi passi necessari per ottenere il consenso per l’adozione.
Oltre all’incontro su valori e funzionamento del gruppo di auto mutuo aiuto, il programma da proporre rispetto alla specifica tematica può essere il seguente:

  1. con l’aiuto di un operatore dell’ambito sociale o psicologico si affrontano gli aspetti psico-emotivi legati all’attesa e all’accoglienza di un nuovo componente della famiglia. Si punta l’attenzione principalmente sulla qualità del legame e della nuova relazione intrafamiliare, cercando di chiarire le difficoltà portate dagli stessi partecipanti e le risorse a cui la famiglia può accedere (sia proprie che istituzionali);
  2. le persone, partendo dalla propria esperienza concreta, vengono stimolate a riflettere su come l’adozione comporti un cambiamento nello stile di vita della famiglia, che deve adattare i propri ritmi e abitudini alle nuove esigenze che nascono dalla presenza di un minore.
Altre esperienza interessante è quella vissuta da alcuni genitori adottivi della zona di Fiera di Primiero, che hanno chiesto all’Associazione, attraverso il Servizio Sociale del Comprensorio, di attivare un gruppo di incontro e confronto sulle problematiche successive all’adozione. Alcune di queste famiglie hanno figli già grandi, adolescenti o in alcuni casi addirittura maggiorenni, ed hanno sentito l’esigenza di un confronto si aspetti educativi, sul rapporto con i servizi, la scuola, ...

GENITORI DI BAMBINI PREMATURI

All’interno del reparto di neonatologia dell’ospedale S. Chiara di Trento si è costituito un gruppo a.m.a. per genitori di bambini prematuri. Finalità dell’iniziativa è sostenere i genitori nei primi mesi di vita del bambino, quando ancora c’è bisogno di assistenza in ospedale e la nuova situazione che si è creata in famiglia è motivo, anche, di preoccupazione e difficoltà.
Nella fase iniziale era presente agli incontri anche il medico del reparto, per poter offrire alle famiglie le informazioni relative alla gestione dei bambini in questo delicato periodo; il gruppo ha rappresentato un’importante fonte di sostegno e rassicurazione per i familiari che si trovavano impreparati ad accogliere un bambino prematuro. Successivamente sono entrati nel gruppo anche genitori con bambini già cresciuti, per portare la loro esperienza e dare fiducia agli altri componenti.

INFERTILITA'

L'infertilità di coppia rappresenta un problema molto diffuso. Intendiamo per infertilità la condizione in cui una coppia non riesce ad avere un figlio dopo circa un anno di rapporti sessuali non protetti. Il problema colpisce il 10-20% delle coppie in età fertile. In Italia ogni anno 60.000 coppie, circa una coppia su sei, non hanno concepito dopo due anni di rapporti non protetti.
D'altra parte la specie umana è considerata poco fertile in quanto l'ovulazione avviene indipendentemente dal rapporto sessuale e comunque il tasso spontaneo di gravidanze se il rapporto avviene in periodo ovulatorio non supera il 20-25%.
Tuttavia l'incapacità di concepire può provocare grande frustrazione e tensioni all'interno della coppia dovute al tentativo di individuare il partner "più colpevole". Il problema non è solo di ordine medico con diverse cause di infertilità (di origine femminile meccanica, femminile ormonale, maschile o queste contemporaneamente); ma può essere anche di ordine psicologico e comportamentale. Il 10% delle coppie infertili è affetta da infertilità non spiegabile da un punto di vista medico.
Molte coppie si rivolgono a centri specializzati per ottenere una gravidanza sia perché spesso la decisione di avere un figlio avviene tardi,rispetto all’età dei partners, sia per fattori ambientali di inquinamento che incidono sulla capacità di procreare.
Un approccio unicamente clinico al problema non aiuta ad affrontare aspetti quali l'ossessione di avere un figlio proprio, la mancanza di spontaneità nella vita sessuale, il senso di colpa personale o riversato sul partner, la perdita dell'autostima dovuta al fatto di sentirsi non fertili, soprattutto per gli uomini ma anche per le donne, la frustrazione di non poter coronare il proprio desiderio paterno e materno. L'esperienza del gruppo “Desiderare un figlio” A Trento è nata un'esperienza di gruppo per coppie che non riescono ad avere un figlio, partita dalla consapevolezza che, ai fini di un buon esito delle cure, è fondamentale lavorare sugli aspetti psicologici ed emozionali dei partners. Gli incontri di gruppo sono stati preceduti da alcuni momenti di conoscenza reciproca e di confronto sugli obiettivi comuni per cui si è deciso di prendere parte a questo tipo di esperienza; sono inoltre stati proposti incontri formativi e di riflessione su temi inerenti il problema della fertilità:

  1. alla presenza di uno specialista nel campo della cura all'infertilità, le coppie hanno potuto confrontarsi su terapie sperimentate e sui vissuti personali, le difficoltà, le frustrazioni;
  2. uno psicologo ha aiutato il gruppo a riflettere sull'"ossessione" di procreare, le difficoltà nella vita e nella sessualità della coppia dovute alle terapie di fecondazione, il senso di colpa, il senso di frustrazione, la diminuzione dell'autostima, la propria visione di sé come persona, come partner, come genitore.
Il gruppo a.m.a. ha poi proseguito il suo percorso con incontri a cadenza mensile che hanno permesso alle coppie di confrontarsi, di sostenersi ma anche di riflettere sulle risorse di coppia indipendentemente dai figli e sul benessere individuale.
La maggiore serenità acquisita dalla coppia dopo aver lavorato sul desiderio di divenire genitori e aver sperimentato al proprio interno un dialogo positivo, ha permesso ad alcune famiglie di coronare il proprio desiderio.

MADRI NUBILI

Secondo un’indagine Istat riferita al 2000, i nuclei monogenitoriali in Italia rappresentavano circa il 9% del complesso dei nuclei familiari. Il Parlamento Europeo durante i lavori della Commissione per i diritti della donna nel 1998 rilevava che la famiglia monoparentale rappresenta il 10% delle famiglie in Europa e che l'80-90% dei genitori non sposati sono donne, con gravi difficoltà ad inserirsi e a permanere all'interno del mercato del lavoro.
Il sostegno alle madri nubili coinvolge molti aspetti: quello psicologico, economico, lavorativo, educativo, sanitario, la ricerca di un alloggio, la cura dei figli, ecc…
Le responsabilità genitoriali inoltre ricadono unicamente sulla donna e possono creare inevitabilmente preoccupazioni o stati emotivi di ansia. Molti sono stati gli interventi delle politiche sociali a favore delle madri nubili, ma molti rimangono ancora gli obiettivi da raggiungere.
L'auto mutuo aiuto tra mamme che crescono da sole i propri figli è un'opportunità per trovare uno spazio personale all'interno degli impegni di cura verso la famiglia che non lasciano molto tempo per se stesse. Inoltre offre alle mamme, ma anche alle future mamme, la possibilità di confrontarsi con madri di figli in età diverse. Ciò è di grande aiuto anche per accompagnare alla nascita del proprio bambino le mamme che non hanno ancora partorito e che vivono uno stato di preoccupazione per il futuro.
Il gruppo può anche trovare le risorse per aprirsi alla comunità e per interventi di advocacy e di legittimazione dei propri diritti nei confronti delle politiche locali, con proposte ed opinioni rispetto ai progetti di legge. L’esperienza del gruppo “La luna che veglia” Nell’autunno ’98 dal Centro di Aiuto alla Vita (C.A.V.) di Trento nasce il desiderio di trovare uno spazio di scambio per madri nubili, per donne che hanno affrontato e stanno affrontando la gravidanza senza un partner e che da sole decidono di percorrere la strada di far nascere e crescere il proprio figlio. E’ forte l’esigenza di queste mamme di confrontarsi sui problemi di gestione dei bambini e della vita quotidiana e a volte anche sulla difficoltà riscontrata nella scelta di tenere o meno un figlio non previsto.
Da questa esigenza scaturisce il primo incontro tra l’Associazione A.M.A. ed il C.A.V. e, dopo una diffusa pubblicità attraverso volantini e locandine (presso ospedali pubblici, Centri di assistenza per madri nubili, studi di ginecologi, consultori, nidi e scuole, Tribunale per i Minorenni, Servizi Sociali territoriali per i minori, ecc.), nel marzo ’99 viene organizzata la prima serata di gruppo a cui partecipano 4 mamme, un’operatrice volontaria del Centro di Aiuto alla Vita ed una tirocinante dell’Associazione A.M.A.
Il primo incontro è dedicato principalmente alla conoscenza reciproca e a cercare di comprendere le diverse motivazioni che hanno spinto a partecipare al gruppo. Vengono poi organizzati alcuni incontri su tematiche che possono essere utili alle mamme:

  1. strategie e strumenti per cercare di conoscersi meglio, portando alla luce il rapporto con la propria immagine e la visione di sé anche come madre, per migliorare l’autostima, spesso incrinata dalle difficoltà quotidiane;
  2. la gestione del rapporto con il figlio nel rispetto degli spazi personali e della reciproca autonomia. L'attaccamento al figlio è spesso molto forte e determina un senso di onnipotenza nel riuscire a fare tutto da sole; in tutto questo si ritiene irrilevante la figura paterna, che spesso è una figura non cercata o che abbandona. Tuttavia le difficoltà si presentano al momento delle richieste del bambino sull'identità del padre e sul rapporto tra lui e la mamma. Una psicologa partecipa a questo incontro cercando di cogliere le richieste del gruppo e di riflettere con quest'ultimo sul modo migliore di affrontare la situazione.
Ai primi incontri, che si tengono ogni 15 giorni, partecipano inizialmente 4 mamme (dopo qualche mese se ne aggiungono altre), che si confrontano sulla propria esperienza, le difficoltà di gestire i bambini senza un padre e contemporaneamente sulla gioia di vederli crescere, di vedere i loro sorrisi e sentire le loro prime parole. Man mano che i mesi passano e la conoscenza e la confidenza aumentano, il sostegno fatto di parole passa anche ad aiuti pratici, concreti; ad una mamma manca il passeggino, all’altra la culla… comincia in questo modo uno scambio spontaneo. Sembra comune l’esigenza di avere un confronto con persone che vivono una situazione simile alla propria, per comprendere le diverse modalità di affrontare la quotidianità ed aprire così la propria visione del mondo e sentirsi anche meno sole. Il gruppo dà speranza, è un luogo di sfogo e di condivisione sia dei momenti positivi che di quelli negativi, che non possono essere condivisi col partner.
Partecipare al gruppo non risulta sempre facile, spesso i bambini si ammalano e diventa difficile trovare a chi affidarli, ma il desiderio di trovarsi è sempre presente.
Il gruppo è di sostegno anche a quelle madri che si trovavano ancora in gravidanza al momento degli incontri e che possono affrontare il parto e i mesi successivi con l'aiuto e la vicinanza delle altre partecipanti.
E' importante che il luogo dell'incontro permetta alle mamme di trovarsi in una stanza diversa da quella dei bimbi, in modo che la discussione sia più libera e spontanea possibile; è stato organizzato un servizio di babysitteraggio per permettere alle mamme di poter frequentare gli incontri portando con sé i figli, è stata trovata la sede in una zona centrale ed è stato deciso un orario compatibile con le esigenze di lavoro delle madri.

NEO-MAMME

La maternità è un’esperienza di profonda gioia e soddisfazione emotiva nella vita di una donna, ma non è priva di conflitti e difficoltà.
Il cambiamento che comporta l’arrivo di un figlio nella sfera sociale, affettiva, emotiva, lavorativa di una donna può essere fonte di insicurezza e instabilità nell’umore. La maternità viene spesso idealizzata in questi termini: “le mamme per istinto sanno come comportarsi”, “essere mamme perfette di bimbi perfetti”. Questi stili di pensiero si imbattono poi nella fatica della cura quando il bambino, per esempio, mangia poco, non dorme...
Abbastanza diffusa tra le neo mamme è la cosiddetta “depressione post-partum”, una particolare forma di disturbo nervoso che colpisce alcune donne a partire dal 3° o 4° giorno seguente la gravidanza e che può avere una durata di diversi giorni, manifestandosi in qualche caso come depressione vera e propria.
Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano sintomi leggeri di depressione, in una forma denominata “baby blues”, con riferimento allo stato di malinconia (“blues”) che caratterizza il fenomeno. Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune i cui sintomi includono delle crisi di pianto senza motivi apparenti, irritabilità, inquietudine e ansietà che tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni.
Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della “depressione post-partum” che possono perdurare anche per un intero anno e che comprendono: indolenza, affaticamento, esaurimento, disperazione, inappetenza, insonnia o sonno eccessivo, confusione, pianto inconsulto, disinteresse per il bambino, paura di far male al bambino o a se stessa, improvvisi cambiamenti di umore. La scienza medica non ha fornito ancora delle spiegazioni definitive riguardo alle cause del fenomeno, anche se alcuni studi imputano l’apparizione della “depressione post-partum” a cambiamenti ormonali nella donna e a fattori di origine psicologica legati agli eventi immediatamente successivi al parto, come il cambiamento di ruolo della donna in ambito sociale, il timore per le sue imminenti responsabilità, il proprio aspetto fisico.
Spesso, in queste situazioni, il timore di essere in qualche modo “cattivi genitori” può portare a una svalorizzazione di se stesse con ricadute sulla propria autostima. Sono pertanto da favorire tutti gli interventi che stimolano l'acquisizione di sicurezza emotiva nella persona e che favoriscono l’auto accettazione e l’espressione delle proprie emozioni.
Spesso, tuttavia, poiché si tratta di un’esperienza che fa parte del normale ciclo di vita delle persone, la maternità non è supportata da particolari servizi, se non per gli aspetti ginecologici e ostetrici. Molte donne vivono la bella esperienza del gruppo di preparazione al parto che però, dopo la nascita del figlio, prosegue solo per un paio di incontri.

Potersi confrontare anche dopo il parto in un gruppo di neo-mamme è un’esperienza utile per ridurre le proprie paure irrazionali, i pensieri negativi e gli stati d’ansia e affrontare con serenità ed entusiasmo le gioie profonde offerte dall’esperienza della maternità, nella convinzione che avere una mamma felice e serena è il bisogno più importante per un bambino.
L’esperienza del gruppo “Non solo mamme”
Nel marzo del 2006 è nato a Trento il gruppo “Non solo mamme”, introdotto da alcuni incontri tenuti da esperti (psicologi ed ostetriche) dedicati a temi specifici: il cambiamento nel rapporto di coppia e nelle dinamiche familiari con l’arrivo del bambino, aspetti psicologici legati alla maternità, aspetti legati alla cura del bambino. Il gruppo si è incontrato per un periodo a cadenza quindicinale, e, come gli altri gruppi, ad orario e durata definiti. In seguito si è rivelata migliore la scelta di dedicare alle mamme lo spazio di un’intera mattina, una volta in settimana, in modo che ciascuna potesse arrivare in momenti diversi, a seconda delle esigenze legate alla cura del bambino. Lo “spazio neo mamme” è dedicato a mamme con bambini di età compresa tra zero e nove mesi, che trovano un luogo tranquillo dove poter incontrare altre mamme e confrontarsi con loro; dove poter condividere emozioni, sensazioni e sentimenti legati a questa meravigliosa ma anche difficile esperienza; dove affrontare con serenità i cambiamenti nelle abitudini e nei ritmi di vita personale e di coppia; dove poter esprimere le proprie ansie e preoccupazioni e allo stesso tempo scoprire insieme le proprie risorse, esercitandosi nell’esplorare gli aspetti positivi e di crescita offerti dalla maternità; dove creare una rete di amicizie, rompendo così l’isolamento e la solitudine.

GENITORI DI BAMBINI IPERATTIVI

Vedere bambini con l’argento vivo addosso, che saltano, corrono e si dimenano continuamente, che ne combinano di tutti i colori, con disapprovazione dei genitori che trovano enormi difficoltà nell’educarli, è un’esperienza comune. Tutti i bambini tendono a distrarsi e commettono errori durante attività prolungate e ripetitive. La loro voglia di novità e la capacità di esplorare rapidamente l’ambiente sono comportamenti positivi e vanno favoriti.
In alcuni casi tuttavia potrebbe non trattarsi di semplice vivacità o monelleria, bensì di un disturbo organico definito come “Disturbo da deficit d'attenzione ed iperattività”. Si tratta di un disturbo eterogeneo e complesso, caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e l’integrazione sociale dei bambini.
L’esperienza del gruppo per genitori di bambini con Disturbo da deficit d'attenzione ed iperattività di Trento
Quando a casa, a scuola, nel gioco, da soli, i vostri figli sono incapaci di stare fermi, non riescono a pianificare o organizzarsi il lavoro scolastico, il gioco, la cura del proprio materiale. Quando la loro vita è dominata dal disordine, dall’impulsività, dalla distrazione e questo causa un vissuto negativo di senso di inadeguatezza, di essere “cattivi”, di “sbagliare tutto”, si può approfondire e fronteggiare questo disagio.
I bambini iperattivi o con deficit di attenzione non hanno colpa: sono affetti da turbe organiche dei neurotrasmettitori cerebrali che comandano l’attenzione. Non hanno colpa nemmeno i genitori che spesso vengono additati come incapaci di svolgere bene il loro ruolo di educatori.
Questi bambini hanno grandi potenzialità e risorse, il loro eventuale insuccesso scolastico è dovuto all’incapacità di autocontrollo e pianificazione e non a ritardi cognitivi.
I genitori e gli insegnanti possono fare molto per aiutarli, attraverso “l’allenamento”, dando rinforzi positivi e segnali di stima, trasmettendo regole chiare e condivise, intervenendo autorevolmente sui comportamenti scorretti, ecc…
Partecipando al gruppo di auto mutuo aiuto è possibile:

  • fare chiarezza su cosa siano l’iperattività e la sindrome da deficit dell’attenzione;
  • aiutare il proprio bambino a tirare fuori il meglio di sé e a valorizzare le proprie risorse;
  • condividere con altri genitori il proprio disagio;
  • mettersi in gioco e poter parlare liberamente di come ci si sente come genitore;
  • confrontarsi con altri genitori e ricevere maggiori informazioni.

ANZIANI

La vecchiaia è una fase della vita che comporta nuovi bisogni, esigenze e desideri. Con l’avanzare dell’età si va incontro infatti a una serie di cambiamenti importanti; il pensionamento porta ad un nuovo stile di vita, i ruoli in famiglia si modificano, da genitori a nonni, le energie cominciano a vacillare lasciando il posto a piccoli problemi di salute... E’ l’età in cui la maggior parte delle persone ha bisogno di servizi specialistici sia medici che psicologici e sociali, nati ad hoc proprio per affrontare al meglio una serie di problematiche legate alla condizione dell’anziano.
Può accadere che la persona anziana soffra di solitudine: i figli hanno una loro vita indipendente, alcuni parenti e/o amici potrebbero non esserci più, come è nell’ordine naturale delle cose. Una ricerca condotta anche dall’Associazione A.M.A. in una zona di Rovereto nel 1999-2000 ha evidenziato la solitudine come problema principale, accanto alle condizioni di salute e ai problemi economici. In quest’ottica appare importante offrire agli anziani la possibilità di relazioni sociali e di nuove amicizie.
L'esperienza del gruppo Anziani di Rovereto
La proposta è partita dai responsabili di un Centro Diurno di Rovereto che, avendo notato la scarsità di relazioni sociali fra gli ospiti anziani, hanno avuto l’idea di organizzare un gruppo a.m.a. rivolto alle persone con maggiori capacità comunicative, con sufficiente lucidità mentale e con la voglia di incontrarsi con regolarità.
Essendo una tematica del tutto nuova, l’Associazione A.M.A. si è basata, nella programmazione del percorso formativo, sulle osservazioni e richieste del personale del Centro Diurno.
Dopo che gli operatori sociali del Centro hanno individuato alcuni ospiti a cui estendere la proposta, sono cominciati gli incontri, che hanno coinvolto 7-8 anziani. La fase formativa ha seguito il seguente programma:

  1. 1° incontro: momento di scambio, conoscenza reciproca e confronto sui principi e i valori del gruppo;
  2. 2° incontro: l’autostima, la relazione con gli altri, la comunicazione;
  3. 3° incontro: spazio alle richieste degli anziani, alle loro difficoltà e ai loro vissuti, stimolandoli a parlare di quello che sentono e a condividerlo con gli altri. Da qui possono nascere tematiche di interesse generale da affrontare con l’aiuto del facilitatore, sottolineando la dimensione comune di alcuni tratti e la possibilità di trovare sollievo nello spazio dedicato al gruppo, dove l’anziano può sfogarsi liberamente;
  4. 4° incontro: il tema viene incentrato sulle risorse presenti in ogni persona che non “spariscono” con l’avanzare dell’età, ma certamente si modificano. Accettare questi cambiamenti e riconoscere i limiti e le risorse proprie e di chi ci sta accanto può certamente migliorare la qualità della vita; da considerare come risorsa è ad esempio l’enorme esperienza che l’anziano può trasmettere al giovane, la saggezza che deriva da una serie di esperienze vissute nel passato. Durante questo incontro viene inoltre sottolineato che, per modificare una situazione di disagio, occorre cambiare qualcosa di se stessi, cosa che può avvenire anche con l’aiuto degli altri.
Le persone coinvolte hanno inizialmente espresso qualche dubbio rispetto alla proposta, poi hanno partecipato volentieri e in modo attivo. Nel gruppo hanno raccontato agli altri le proprie storie, i propri dolori e difficoltà, riscontrando vissuti simili. Si sono stupite di quanto poco si conoscessero fra di loro, pur vedendosi tutti i giorni, e di quanto potevano dire della loro vita.
Nel percorso sono emerse alcune difficoltà; chiarire la metodologia dell’auto mutuo aiuto, ad esempio, ha richiesto diversi incontri e stimoli. Inoltre è stata notata una certa difficoltà nella comunicazione, legata in alcuni casi a problemi di udito.
Infine, la partecipazione al gruppo di alcuni operatori del Centro, sebbene molto utile all’inizio per “rompere il ghiaccio”, si è in seguito dimostrata limitante, in quanto gli ospiti non si sentivano del tutto liberi di parlare; ad un certo punto il gruppo ha quindi deciso di incontrarsi senza gli operatori, seguito solo da un facilitatore esterno.
Nel complesso l’esperienza è stata giudicata positivamente sia dagli anziani che dagli operatori del Centro.

FAMILIARI DI PERSONE RICOVERATE IN STRUTTURE

Nella mentalità comune continua a dominare l’idea che l’inserimento in casa di riposo rappresenti un’azione subìta dall’anziano, tanto che si sente spesso definire gli anziani ricoverati in istituto come persone “sbattute” o “rinchiuse” in un ambiente estraneo, inospitale e quasi sempre fisicamente lontano da quello di provenienza. Il “mito dell’abbandono” è fondato sull’idealizzazione delle capacità di cura della famiglia del passato, accompagnato da un altro stereotipo sociale che vede una maggiore propensione della famiglia attuale a delegare ai professionisti dell’assistenza la cura dei genitori anziani malati.
In realtà, nella maggior parte delle situazioni, la decisione del ricovero in istituto viene assunta al termine di lunghi e sofferti percorsi di negoziazione all’interno della famiglia e non deriva semplicemente da un atto di delega o disinteresse.
Prima di tutto, il carico di lavoro richiesto dall’assistenza a domicilio di un anziano non autosufficiente comporta per chi lo assume (quasi sempre una donna) pesanti costi fisici e psichici che, in seguito all’allungamento della speranza di vita delle persone anziane in condizione di invalidità, possono protrarsi per molti anni. Spesso, inoltre, il ricovero in istituto corrisponde in primo luogo ai desideri stessi dell’anziano, che non considera desiderabile una convivenza con i propri figli adulti e l’accetta solo in caso di necessità.
Infine, il ricovero in una residenza per anziani può anche favorire un rafforzamento dei legami familiari, piuttosto che agire come fattore di indebolimento: infatti, anche per l’anziano ricoverato in istituto i familiari continuano a rappresentare una presenza quotidiana che contribuisce a soddisfare fondamentali bisogni di sicurezza, protezione ed appartenenza.
Sia la progressiva perdita di autonomia dei genitori, sia il susseguente ricovero in una residenza per anziani, rappresentano per i figli esperienze fortemente ansiogene. Una principale fonte di ansia è rappresentata dai sentimenti di colpa che i figli adulti vivono per non aver saputo provvedere direttamente all’assistenza dei genitori anziani.
Tra le diverse fonti di stress va annoverata talvolta la conflittualità con i fratelli: mano a mano che le condizioni di salute del genitore peggiorano, possono aumentare le tensioni tra i fratelli, provocate dalla necessità di negoziare i carichi di lavoro.
Il complesso groviglio di sentimenti che il ricovero di un genitore anziano suscita nei figli richiede a questi ultimi un lavoro di elaborazione. L’iniziativa del gruppo a.m.a. propone ai familiari un’opportunità di scambio e confronto finalizzati a:

  1. trovare del tempo da dedicare a se stessi;
  2. gestire con consapevolezza i propri vissuti rispetto al problema, scoprendo e accettando potenzialità e limiti personali;
  3. avere la possibilità di elaborare i sensi di colpa che spesso insorgono per aver deciso l’istituzionalizzazione di una persona cara;
  4. comprendere ed affrontare i possibili conflitti familiari dovuti ai cambiamenti insorti;
  5. attivarsi per un reciproco sostegno, trovando vicinanza e solidarietà;
  6. facilitare la nascita di nuove amicizie.
Le modalità di attivazione del gruppo possono essere le seguenti:
  1. prendere contatti con le Case di Riposo/Residenze Sanitarie Assistenziali, cui proporre l’iniziativa ed eventualmente fissare un incontro in cui approfondire gli aspetti legati al gruppo a.m.a. e programmare insieme la partenza del gruppo;
  2. programmare un primo incontro con i familiari o una serie di incontri a tema, al termine dei quali proporre la partenza del gruppo seguito da un referente (che può essere una persona esterna oppure una figura interna alla Casa di Riposo, come ad es. l’animatore);
  3. pubblicizzare l’iniziativa tramite una lettera a tutti i familiari, l’affissione di locandine e, se possibile, il contatto diretto con i familiari.
Nel corso delle serate introduttive, presentate da esperti, ma sempre mirate al coinvolgimento dei partecipanti, possono essere approfonditi i seguenti argomenti:
  1. 1° incontro: presentazione della filosofia dell’Associazione A.M.A. e degli aspetti principali dei gruppi a.m.a.
  2. 2° incontro: intervento di un geriatra mirato a fornire ai familiari conoscenze relative a tematiche geriatriche e gerontologiche, quali i cambiamenti fisici e i metodi per gestirli, menomazioni, alimentazione, deficit sensoriali e loro impatto sulla comunicazione, altri aspetti psicologici legati all’invecchiamento.
  3. 3° incontro: il senso di colpa nell’istituzionalizzazione di una persona cara, che può essere affrontato con l’aiuto di uno psicologo.
  4. 4° incontro: a questo incontro possono partecipare alcuni operatori e i membri del direttivo dell’istituto, per offrire l’occasione ai familiari di esprimere particolari esigenze e per favorire la comunicazione tra personale e familiari, individuando le aree e le forme di intervento dei familiari all’interno dell’istituto.
L’esperienza dei gruppi in Val Giudicarie Nel mese di gennaio del 2001 gli animatori delle varie Case di Riposo delle Valli Giudicarie sono stati contattati dall’operatrice dell’Associazione A.M.A. riguardo alla possibilità di attivare gruppi a.m.a. per familiari di persone ospiti in strutture. La proposta è stata accolta dalla Casa di Riposo di Spiazzo, dove, nel maggio del 2001, è stato attivato un gruppo per familiari; sulla scia di questa esperienza, nel maggio del 2002 è nato un nuovo gruppo presso la “Casa di Soggiorno” di Condino.
In entrambi i casi si è rivelato determinante l’atteggiamento entusiasta degli animatori e l’interesse dimostrato anche dal direttivo di entrambi gli istituti.
I passi compiuti per l’attivazione del gruppo sono stati i seguenti: gli animatori delle varie Case di Riposo sono stati contattati tramite una lettera, in cui sono stati presentati gli obiettivi e le attività dell’Associazione A.M.A. ed è stato proposto un incontro in cui discutere la possibile attivazione di un gruppo per familiari. Nel corso dell’incontri sono stati approfonditi gli aspetti peculiari del gruppo a.m.a. e sono state decise le modalità per l’attivazione del gruppo, è stata fissata la data del primo incontro con i familiari, i quali sono stati informati dell’iniziativa attraverso l’invio di una lettera personale da parte della Casa di Riposo. In questa prima fase di attivazione si è rivelata fondamentale l’azione degli animatori, che conoscono direttamente i familiari, hanno con loro contatti frequenti caratterizzati da un rapporto di fiducia e conoscono la sofferenza o il disagio che molti di loro vivono.

Il primo incontro è stato finalizzato a programmare assieme ai familiari l’attivazione del gruppo: sono state scelte alcune possibili tematiche da affrontare negli incontri successivi (fase formativa) e si è deciso di incontrarsi con frequenza mensile. Nelle bacheche della Casa di Riposo è stato esposto di volta in volta un avviso per ricordare ai familiari la data degli incontri.
Inizialmente alcune persone hanno manifestato una certa perplessità, in quanto non riuscivano ad individuare quale fosse il problema o l’obiettivo preciso per cui si incontravano (“…è diverso da un gruppo di persone che hanno ad esempio il problema dell’alcol o che si pongono l’obiettivo di smettere di fumare!”). Nonostante queste titubanze, fin dai primi incontri si è respirato un clima sereno, in cui ciascuno si è sentito libero di esprimere i propri sentimenti, e sono nate esperienze di condivisione e amicizia che hanno avuto ripercussioni positive nella quotidianità: “Ora posso chiedere ad una persona del gruppo se può fare compagnia a mia madre o aiutarla a mangiare nei momenti in cui non posso essere presente”- racconta una partecipante.
La testimonianza di una partecipante
Faccio parte di un gruppo a.m.a., un “gruppo di persone che hanno un familiare nella Casa di Riposo di Spiazzo”. Abbiamo iniziato ad incontrarci nel mese di maggio 2001, ed è il primo gruppo, nelle Giudicarie, che si occupa di questo problema. Sentiamo il bisogno di confrontarci con il nostro problema: “mettere in Casa di Riposo un familiare”.
Personalmente ho vissuto questa scelta in modo molto traumatico e nel gruppo mi sono subito trovata bene con le altre persone che avevano lo stesso problema, forse perché parlandone mi sono liberata dal senso di colpa. Dover affidare mia mamma a persone estranee invece di poterla accudire personalmente è stato per me molto difficile da accettare, ma purtroppo certe situazioni non si riescono a gestire da soli.
Ora, dopo più di un anno che mia mamma è ricoverata in questa struttura, vedendo come è ben seguita e curata e avendo partecipato agli incontri con il gruppo, vedo le cose sotto un altro aspetto e sono più tranquilla e serena.
Noi ci troviamo una volta al mese (c’è una referente che ci segue) e siamo diventate amiche, parliamo dei nostri problemi e ritorniamo a casa con qualche cosa in più; senza volerlo, con una parola o un gesto ognuno dona all’altro il coraggio per affrontare più serenamente le giornate faticose che si presentano davanti a noi.

CAREGIVERS

Nel corso degli ultimi anni, all’interno dei Servizi Sociali è cresciuta la consapevolezza del ruolo essenziale dei caregivers, ovvero di quanti prestano assistenza informale a persone con patologie invalidanti, e ci si è resi conto sempre più del ruolo fondamentale di queste persone, che se non sono adeguatamente sostenute, possono vivere stress e disagio.
Tra il 2004 e il 2005 in Provincia di Trento è stato attivato un progetto chiamato “A casa è meglio”, promosso dal Servizio per le Politiche Sociali della Provincia Autonoma di Trento, in collaborazione con l’Associazione A.M.A., i Comprensori della Provincia ed i Comuni di Trento e Rovereto.
In risposta alla domanda di riconoscimento del ruolo fondamentale dei carers, questo progetto aveva l’obiettivo di sviluppare strategie operative per sostenere le persone che si prendono cura dei familiari in stato di bisogno: malati cronici o oncologici, tetraplegici post incidente, persone affette da ictus, handicap grave, disagio psichiatrico, morbo di Parkinson o demenza.
La prima fase del progetto ha previsto cicli di 4 incontri formativi in cui approfondire aspetti giuridici, sociali e medici legati alle situazioni di non autosufficienza. Nella seconda fase è stato proposto ai carers un percorso all’interno di gruppi di auto mutuo aiuto.
Il gruppo è un modo per aiutare le persone a parlare dei propri problemi e stemperare il malessere che le affligge, per superare quei periodi di angoscia emotiva che il prendersi cura può produrre nel corso del tempo. Questi aspetti, se trascurati, possono generare a lungo andare depressione, ansia o altre problematiche.
Nel gruppo di auto mutuo aiuto il carer ha la possibilità di esprimere i propri sentimenti in un ambiente solidale ed amicale e di rielaborare il proprio vissuto trovando sostegno emotivo e psicologico, per arrivare ad accettare la situazione di cronicità che sta vivendo e migliorare di conseguenza la qualità della vita propria e dell’intera famiglia.
Nel gruppo, le persone possono trovare strategie utili per affrontare i aspetti legati alle attività di cura ed intraprendere un cammino di cambiamento, grazie alla valorizzazione delle proprie capacità individuali e all’aumento della propria autostima.
Chi si occupa dell’assistenza di una persona non autosufficiente può inoltre trovare nel gruppo uno spazio di respite, di sollievo, recuperando le energie per tornare in famiglia.
Infine, nel gruppo di auto mutuo aiuto si possono creare nuove amicizie che aiutano ad uscire dall'isolamento ambientale e relazionale in cui spesso vive la famiglia e che possono fornire sostegno anche nella gestione quotidiana delle attività di cura.

FAMILIARI DI DISABILI

Nel 1989 gli operatori della cooperativa La Rete di Trento hanno favorito l’attivazione di un gruppo di auto mutuo aiuto, coinvolgendo i familiari che per qualche motivo erano entrati in contatto con la cooperativa. Pur presentando situazioni anche molto diverse, il fatto di avere un figlio disabile unificava tutti, e questo ha creato fin da subito condivisione e partecipazione del gruppo all’esperienza di ciascuno. Nel corso degli incontri è emersa la forte esigenza da parte di tutti di raccontare se stessi e allo stesso tempo di accogliere le storie di vita delle altre persone. Dopo circa un anno di attività erano state coinvolte 40 persone, la maggior parte delle quali erano madri, in percentuale sensibilmente minore padri, sorelle e zie. Il gruppo, che ha iniziato la sua attività nel febbraio del 1989, prosegue tutt’oggi, incontrandosi regolarmente ogni quindici giorni.
Sull’onda dell’esperienza positiva attuata presso la cooperativa La Rete sono nati, nel corso degli anni, altri gruppi per familiari di disabili in altre zone della provincia.
Il gruppo di auto mutuo aiuto rappresenta un’opportunità di dialogo per coloro che sentono il bisogno di condividere i vissuti dell’esperienza di avere nel proprio nucleo familiare una persona diversamente abile e che necessitano di scambiarsi informazioni e strategie per affrontare il quotidiano.
Il gruppo aiuta a:

  1. condividere emozioni, esperienze e sentimenti;
  2. affrontare con serenità la quotidianità e i cambiamenti;
  3. esprimere le proprie ansie e le proprie preoccupazioni (per il futuro, la salute…);
  4. scambiare informazioni e sostegno tra i partecipanti;
  5. sviluppare le risorse individuali per far fronte ai bisogni;
  6. creare una rete di amicizie al fine di rompere l’isolamento e la solitudine;
  7. trovare uno spazio per sé;
  8. creare momenti ricreativi e rilassanti.
Nel corso delle fasi formative sono state affrontate le seguenti tematiche: l’auto mutuo aiuto come risorsa per le famiglie; il valore di Sé; l’accettazione in situazioni croniche: quale cambiamento di sé; servizi e leggi a favore delle famiglie di diversamente abili.

PERSONE A RISCHIO DI ESCLUSIONE SOCIALE

Questo gruppo è nato nell’autunno 2007 su proposta ed in collaborazione con il Comitato Italiano per il Reinserimento Sociale di Trento. Il CIRS offre assistenza sociale e socio-sanitaria a persone diversamente abili e socialmente svantaggiate ed opera attraverso modalità ed interventi programmati al fine di prevenire e rimuovere gli stati di emarginazione e di esclusione sociale, con una particolare attenzione all’emarginazione giovanile.
L’equipe degli operatori del CIRS ha proposto all’Associazione A.M.A. di attivare un gruppo di confronto e scambio di esperienze rivolto ad alcune ragazze di età compresa fra i 18 ed i 25 anni; l’obiettivo è quello di sviluppare la capacità di riconoscimento dei propri stati d’animo, di espressione delle emozioni, di riflessioni su di sé e sul proprio modo di stare con gli altri e di acquisire consapevolezza e sicurezza nella relazione con l’altro.
Il gruppo è facilitato da una operatrice dell’A.M.A. e da una operatrice del CIRS, che utilizzando un linguaggio semplice, propongono, partendo da stimoli emersi di volta in volta dalle partecipanti, temi di discussione di interesse comune (l’amicizia, il rapporto con i genitori, l’autonomia, le emozioni, i conflitti, …).
Data la particolarità del gruppo, per semplificare la comunicazione e fare in modo che quanto discusso venga “fissato”, di volta in volta a turno o su proposta delle singole partecipanti le riflessioni emerse vengono scritte su una lavagna a fogli mobili. Un’altra modalità utilizzata per facilitare la comunicazione da parte di persone che vivono la difficoltà di parlare in gruppo o che hanno una capacità limitata di espressione verbale (ad esempio persone straniere), è quella di esprimere la propria preferenza o il proprio accordo (in modo scherzoso, per alzata di mano) rispetto a quanto riportato sulla lavagna.
Questa semplice tecnica permette a tutti di esprimersi, dà l’opportunità di valorizzare e sottolineare l’importanza di quanto espresso da uno o l’altro dei partecipanti, facilita la sintesi e rende possibile avere già a disposizione in forma scritta un breve riassunto di quanto prodotto dal gruppo, utile per fare il punto della situazione e/o per riprendere l’argomento nell’incontro successivo.
Questa tipologia di gruppo necessita di essere condotto più che facilitato, ma l’attenzione delle operatrici è sempre rivolta a cercare il confronto e lo scambio fra le partecipanti, sottolineando la positività delle diverse opinione, trovando modalità alternative di espressione (ad esempio talvolta si lavora con le immagini, attraverso ritagli di giornali piuttosto che con figure di animali o altro), inventando di volta in volta stimoli nuovi per tenere alto l’interesse e l’attenzione.
L’esperienza condotta dall’autunno 2007 all’estate 2008 è stata positiva, ha visto una presenza costante delle partecipanti ed un cambiamento nella partecipazione, dato che anche le persone più introverse e con maggior difficoltà di espressione sono riuscite a portare al gruppo il proprio punto di vista.
Di seguito riportiamo le riflessioni emerse in occasione della verifica effettuata con le partecipanti al gruppo:

ci conosciamo da 5 mesi
e ci raccontiamo della nostra vita
stiamo bene insieme
e ci chiamano la rosa del deserto
veniamo 2 volte al mese
all’inizio ci siamo conosciuti e abbiamo deciso le regole del nostro gruppo , poi abbiamo
discusso diversi argomenti

emozioni positive e negative
i nostri animali preferiti e le loro caratteristiche
gioco di mettersi nei panni dei genitori
parliamo dei nostri problemi in famiglia
abbiamo dato un nome alle nostre emozioni e abbiamo provato a capire come stiamo noi nelle varie situazioni
come stiamo noi, e insieme con gli altri e come possiamo fare per andare d’accordo
abbiamo parlato dell’autostima e dei momenti in cui ci sentiamo soddisfatti,
ascoltiamo i problemi degli altri e proviamo a risolverli insieme.
“come ci troviamo nel gruppo”:
non mi piace venire perché non parlo volentieri delle mie cose, ma vengo per aiutare gli altri
mi piace il gruppo , e mi piacerebbe venire di più…, mi sento più rilassata ….
Bene
Bene, mi serve per tirar fuori quello che ho dentro…
Mi piace venire perché posso imparare tante cose …
Mi piace venire perché mi aiuta a tirare fuori tutto quello che ho dentro e mi fa
riflettere.

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO

Prima della legge n. 6 del 2004, che ha istituito la figura dell’Amministratore di sostegno, chi non era in grado di provvedere ai propri interessi veniva interdetto o, nella migliore delle ipotesi, inabilitato, vedendosi privato di alcuni diritti; si tratta di misure prese per proteggere la persona debole, che però venivano vissute spesso quasi come punizioni.
Con la nuova legge questo tipo di situazioni viene affrontata da una prospettiva diversa, attiva e positiva, che mette al centro la necessità di prendersi cura della persona tenendo conto dei suoi bisogni, delle sue esigenze, dei suoi interessi.
In quest’ottica, l’Amministratore di sostegno è quella figura, nominata dal Giudice Tutelare, posta a tutela di chi, per effetto di una menomazione fisica o psichica, si trova nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi (persone anziane, disabili, con problemi di salute mentale, con dipendenza da sostanze o da gioco). L’Amministratore di sostegno ha un ruolo complesso, in quanto si occupa non solo di aspetti economici, ma in generale del “progetto di vita” della persona in difficoltà.
In Trentino, per promuovere questa figura e formare a questo ruolo, alcune realtà hanno iniziato a proporre occasioni formative specifiche; una delle prime risposte concrete è stata, a partire dal marzo del 2008, la costituzione un gruppo di auto mutuo aiuto per amministratori di sostegno, che si incontra a cadenza mensile: un percorso per sostenere le persone che hanno assunto o intendono assumere questo ruolo, perché attraverso il confronto possano sentirsi aiutati nel comprenderlo e condividerne il significato, affrontare le responsabilità e le scelte ad esso collegate, scambiare informazioni di tipo operativo ed organizzativo, individuare possibili soluzioni comuni.

FAMILIARI DI PERSONE TOSSICODIPENDENTI

Le profonde trasformazioni sociali che hanno segnato il passaggio del nuovo millennio stanno incidendo in modo determinante anche sulla modalità di consumo di sostanze stupefacenti. Diverso è l'atteggiamento dei nuovi consumatori che, spesso, non si percepiscono nemmeno come veri tossicodipendenti. Essi in primo luogo sono consumatori di merci e di emozioni e tendono a vivere la ricerca del piacere senza un desiderio consapevole e senza alcuna progettualità. L'età in cui si comincia ad assumere droga diventa sempre più bassa. In questo contesto la ricerca del proprio soddisfacimento pare vincolata all'elemento del rischio e ad una componente di autoesaltazione che, a prescindere dall'età, sono percepiti come veri e propri assi portanti attorno ai quali organizzare la propria vita. La diffusione delle nuove droghe sintetiche, che si sono affiancate a quelle tradizionali, attestano questa tendenza. La modalità di consumo avviene attraverso un'assunzione plurima senza dipendenza da sostanze principali, mentre elemento costante è sempre più quello dell'autoaffermazione e non più dell'autoemarginazione. Accanto al tossicodipendente che ricorre al consumo di sostanze stupefacenti e che dinanzi all'incapacità di affrontare il proprio disagio segue una pulsione autodistruttiva, emerge la figura di chi esaspera la propria inquietudine in un contesto sociale che apparentemente lo rigetta. Ecco perché affrontare le nuove problematiche della tossicodipendenza vuol dire innanzi tutto riconoscere la necessità di forme differenziate di intervento.
Andrea Muccioli afferma: “quando un ragazzo non riesce a smettere di drogarsi, credo che la famiglia debba fare tutto il possibile per spingerlo, per motivarlo a smettere e a costruirsi una vita diversa. Se, nonostante gli sforzi, la famiglia non riesce nell’intento, credo che debba scegliere la comunità. Sembra assurdo, ma il fatto di buttar fuori di casa il giovane e costringerlo ad assumersi le proprie responsabilità, io lo considero un atto d’amore. E se il ragazzo decide di smettere di drogarsi, la famiglia deve essere presente, deve sostenere questa scelta, deve aiutarlo a trovare la strada migliore ed accompagnarlo in tutto il percorso di crescita all'interno di una comunità. Io ho imparato una cosa in tutti questi anni: molto raramente quello che deve crescere è solamente il ragazzo. Quasi sempre ci sono dei rapporti familiari da rivedere, analizzare e poi costruire in maniera più stabile, più solida, più serena”.
Poche famiglie si rivolgono ai servizi per richiedere aiuto ritenendo il problema unicamente del figlio/a e non riescono a rimettere in discussione dinamiche familiari.
Il percorso delle famiglie con figli in comunità può essere molto difficile e avere l’opportunità di incontrarsi e sostenersi può essere un’utile risorsa.

All’interno dell’Associazione Famiglie di Progetto Uomo (Centro Trentino di Solidarietà) e dell’Associazione Oasi della Speranza di Trento sono nate esperienze di gruppi di auto mutuo aiuto per familiari di persone tossicodipendenti che vivono in comunità.
Inoltre, all’interno del progetto “Erba Voglio”, sono stati avviati alcuni percorsi di auto mutuo aiuto, sia per i giovani che per i loro familiari, su tematiche legate all’uso di sostanze.

PERSONE SIEROPOSITIVE

La persona HIV-sieropositiva o in AIDS, per varie ragioni, è spesso in contatto con Servizi Sanitari o Sociali, che hanno come funzione o obiettivo il miglioramento del benessere. Nella maggior parte dei casi, si trova sola, in una posizione down, all’interno di un rapporto duale, inserito in un modello educativo di tipo paternalistico-autoritario, in cui l'operatore crede, inconsapevolmente, di avere dominio sull’altro attraverso la quantità di informazioni «tecnico-criptiche» di cui dispone, e non tramite il potere insito nella relazione terapeutica che sta vivendo. L’auto aiuto può alleggerire queste «incrostazioni» che si formano spesso nel rapporto fra un servizio e un cittadino, caratterizzato dall’interazione classica, di tipo verticale. Il gruppo a.m.a. permette un’identificazione tra i suoi partecipanti che è impossibile all’interno del rapporto con l'operatore del servizio socio-sanitario, anche se bravo, sensibile, disponibile e amicale. Nel gruppo, infatti, la persona può confrontarsi con coloro che rappresentano il suo quadro di riferimento.
Molte persone sieropositive e malate di AIDS soffrono di solitudine. Solitudine significa non solo essere fisicamente isolati, ma anche non avere più relazioni primarie e sociali valide, non riuscire più a comunicare, ad esprimere la propria sofferenza, le proprie ansie, le proprie paure. Nel gruppo, in un clima informale e amichevole, fra persone che vivono la stessa situazione, le difficoltà di ognuno vengono più facilmente espresse e, in più, messe a fuoco, condivise, confrontate, spesso ridimensionate.
I gruppi a.m.a. per persone sieropositive sono nati da una collaborazione tra Associazione. A.M.A., C.T.S. (Centro Trentino Solidarietà) e L.I.L.A. (Lega Italiana per la lotta contro l’A.I.D.S.).

DONNE OPERATE AL SENO

Molte donne oggi si trovano ad affrontare la difficile situazione di scoprire di avere un tumore al seno.
Le cause di questo tumore non sono ancora chiare, anche se vi sono dei fattori di rischio, quali l’età, lo stile di vita (alimentazione non corretta) e predisposizioni genetiche che ne facilitano l’insorgenza.
Spesso le tecniche chirurgiche comportano l’asportazione parziale o totale del seno e questo rappresenta una fonte di grande disagio psicologico per la donna.
Dopo la paura iniziale di non riuscire a superare positivamente l'operazione e sconfiggere il tumore, rimane per la donna la difficoltà di accettare e convivere con il cambiamento del proprio corpo.
Nei primi mesi la donna è solitamente sopraffatta da sentimenti di rabbia, paura, ansia e depressione ed il bisogno di sostegno da parte di altri è importante per superare questo momento.
Il gruppo a.m.a. può rappresentare, per le donne che stanno vivendo questa situazione, un’opportunità di incontro, in cui poter condividere le proprie emozioni ed i propri sentimenti, sapendo di non essere sole e sentendosi totalmente comprese.
Dal confronto reciproco si può così imparare ad accettare il cambiamento del proprio corpo e ad affrontarlo in modo positivo, superando le difficoltà di tipo psicologico ed emotivo che l’operazione chirurgica ha lasciato dietro di sé e vincendo la paura nell’affrontare argomenti delicati, soprattutto quelli legati alla sfera intima e sessuale del rapporto di coppia, che creano vissuti di sofferenza associati al timore di parlarne.
L’attivazione del gruppo, programmato in collaborazione con la Lega per la Lotta contro i Tumori, è preceduta da un percorso formativo, che prevede alcuni incontri nei quali vengono approfonditi argomenti inerenti il gruppo a.m.a. e gli aspetti socio-psicologici legati alla malattia.

  1. 1° incontro: Il gruppo di auto mutuo aiuto come spazio dove poter parlare dei propri vissuti dopo aver subito un’operazione al seno, imparare ad accettare le conseguenze di tale operazione, elaborare i cambiamenti del proprio corpo e trovare la forza per affrontare le difficoltà quotidiane.
  2. 2° incontro: Il dramma del tumore al seno si distingue dal dramma che accompagna ogni altro tumore, per il potere che ha di minare la donna nella sua immagine di femminilità; spesso una donna che abbia vissuto questa patologia ed abbia subito questa menomazione, non si sente più donna come prima essendo stata privata di una parte fondamentale di sé. Per questo può essere positivo un percorso che parte dal riconoscimento dei sentimenti e dei comportamenti negativi, per giungere a ritrovare fiducia in sé e ad accettare i cambiamenti del proprio corpo.
  3. 3° incontro: promozione della conoscenza, sensibilizzazione e prevenzione della malattia tumorale; consulenza su problemi oncologici con medici, psicologi, personale di riabilitazione e volontari; aiuto nel riconoscere i fattori di rischio e i segni precoci dei tumori. Nel corso di questo incontro si insiste in particolare sull’importanza della prevenzione anche in seguito all’operazione chirurgica, che non esclude l’insorgenza di nuove patologie.
L’esperienza del gruppo “Attive come prima” di Tione
Nel corso del 1998 nelle Valli Giudicarie è stata portata avanti, da parte dell’Associazione A.M.A., un’opera di sensibilizzazione rivolta ai medici di base della zona. In quest’occasione un medico ha rilevato come problematica molto diffusa sul territorio la situazione delle donne colpite da un tumore al seno; da un successivo momento di confronto con alcune volontarie della Lega per la Lotta contro i Tumori si è cominciato a riflettere sulla possibilità di attivare un gruppo a.m.a. rivolto a queste persone.
Una volontaria della Lega Tumori ha frequentato un corso di formazione per facilitatori di gruppi a.m.a. con l’intenzione di essere di sostegno al gruppo come referente; nel frattempo è stato creato un volantino informativo distribuito sul territorio per pubblicizzare l’iniziativa, in cui si proponeva il gruppo a.m.a. per le donne che avevano subito una mastectomia e desideravano trovare un luogo in cui poter confrontarsi con altre che condividevano la stessa esperienza.
In particolare, sono stati inviati i volantini a tutti i medici di base delle Valli Giudicarie e ai Servizi Sociali e Sanitari, ed è stato pubblicato un articolo sui giornali locali per riuscire a raggiungere il maggior numero possibile di persone. Le volontarie della Lega per la Lotta contro i Tumori si sono inoltre prese l’incarico di contattare alcune donne che conoscevano, per informarle dell’iniziativa.
Si è pensato di lasciare un certo periodo di tempo per accogliere le adesioni, senza stabilire da subito date e luoghi degli incontri, e nel marzo del 1999 è partito a Tione il gruppo, che ha deciso di incontrarsi a cadenza quindicinale. Ai primi incontri erano presenti sette donne, e dopo più di un anno il gruppo è notevolmente aumentato, giungendo a comprendere circa dieci – dodici persone che si ascoltano, si danno consigli e si incoraggiano a vicenda.
Tra gli argomenti della discussione vi sono l’attenzione posta ad ogni segnale di malessere del corpo dopo un’operazione così delicata e il bisogno di aiuto, durante le terapie oncologiche, di fronte a problemi pratici; nel gruppo le partecipanti cercano ed offrono un sostegno umano e psicologico per poter meglio accettare il percorso terapeutico.
Una conquista importante che il gruppo ha permesso di raggiungere è stata l’attività della ginnastica in acqua, che ha portato molti benefici, tra cui la sorpresa di scoprire che il movimento permette di ascoltare tutte le parti del corpo e non solo quella malata e il superamento dell’imbarazzo e della difficoltà di spogliarsi davanti ad altre persone.
La testimonianza di una componente del gruppo
Donne "attive come prima”, questo è come vogliamo essere, è il nome del nostro gruppo. A farci incontrare sono state la Lega per la Lotta contro i Tumori e l’Associazione A.M.A., due realtà del volontariato.
Siamo un gruppo di donne operate al seno che hanno vissuto e affrontato l’esperienza della malattia tumorale; ogni quindici giorni ci incontriamo per esprimere i nostri crucci, la preoccupazione della visita di controllo e, in un clima di serenità e rispetto, trovando condivisione e ascolto, si accresce la nostra fiducia.
Accettarsi non è sempre facile: a volte si affacciano paure, l’incertezza del domani. Il nostro desiderio di essere attive ci ha avvicinato. Per la prima volta abbiamo partecipato ad un corso di ginnastica in acqua e ne abbiamo trovato un grande beneficio. E’ un sollievo non sentire il peso delle braccia che in acqua si muovono con agilità e leggerezza, e la sensazione rilassante diffusa in tutto il corpo. Ci piacerebbe riuscire ad eliminare le titubanze che permangono in alcune di noi nel mettere il costume; siamo comunque ottimiste e decise a rafforzare il nostro benessere.

PERSONE IN DIALISI E TRAPIANTI RENALI

Alcune persone dializzate e loro familiari, sostenuti da un medico nefrologo dell’Ospedale di Trento, hanno preso contatti con l’Associazione A.M.A. per dare vita ad un gruppo a.m.a. che li potesse aiutare ad affrontare i forti cambiamenti di vita che la dialisi comporta. Loro stessi hanno sentito il bisogno di incontrarsi soprattutto per aiutare le persone appena entrate in dialisi e quindi disorientate tra cure mediche e cambiamenti nella vita quotidiana. Hanno in questo modo sperimentato di poter essere di aiuto a chi vive un disagio simile attraverso se stessi e la propria esperienza. Si sono attivati in prima persona per l’organizzazione, la promozione dell’iniziativa ed il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate, scegliendo tra loro una persona che potesse assumere il compito di facilitatore.

SCLEROSI MULTIPLA E MALATTIE INVALIDANTI

I fattori causali precisi della SM non sono ancora noti, ma sulla base dei risultati di molte ricerche è probabile una genesi multifattoriale, ossia l'intervento contemporaneo di più fattori.
I sintomi della SM possono essere molteplici, in quanto sono il risultato di una demielinizzazione diffusa nel sistema nervoso centrale che porta ad una trasmissione elettrica deteriorata degli impulsi nervosi dalle diverse zone cerebrali. I sintomi iniziali della SM sono il più delle volte rappresentati da difficoltà nel camminare o sensazioni come formicolio. Il calo del visus (dolore e perdita della vista dovuti a un'infiammazione del nervo ottico) è un altro sintomo che si verifica comunemente. Più raramente i sintomi iniziali possono includere tremore, mancanza di coordinazione dei movimenti, e difficoltà nel movimento di uno o più arti. Molto raramente si osservano, all'esordio, disturbi della funzione cognitiva.
E' importante ricordare che molti dei sintomi della SM possono essere trattati in maniera efficace, evitando quindi le complicanze, mediante controlli regolari da parte di un neurologo e di operatori sanitari collegati. Attualmente la SM non è guaribile, ma é in larga misura curabile. La maggior parte dei trattamenti disponibili sono farmaci "sintomatici", ossia alleviano un sintomo senza però modificare i meccanismi alla base della malattia e quindi il decorso della malattia stessa.
Insieme ai precedenti approcci anche la riabilitazione consente di migliorare la qualità di vita del paziente. Questo tipo di intervento risulta indispensabile, ma per ristabilire un equilibrio anche emotivo, sociale e psicologico, è importante un sostegno che provenga dalle reti informali della persona. Si è pensato, così, di proporre un’idea diversa, che fornisse alle persone la possibilità di ritrovarsi in un contesto libero e spontaneo, che permettesse loro di confrontarsi con persone che vivono la stessa situazione ed aiutarsi a vicenda. L’esperienza del gruppo Sclerosi Multipla di Trento Il gruppo di auto mutuo aiuto è nato dalla collaborazione con il Centro Franca Martini di Trento, che ha contattato l’Associazione A.M.A. per organizzare e gestire questo tipo d’esperienza in cui i vari partecipanti avrebbero potuto attivarsi, mettersi in gioco e sostenersi a vicenda, creando un ambiente accogliente ed accettante, che portasse le persone a non fermarsi alla malattia, ma a condividere spaccati di vita, sentimenti ed emozioni.
Il gruppo è partito con alcuni incontri formativi, per dare modo alle persone di inserirsi gradualmente in questa esperienza, di cominciare a conoscere i “compagni di viaggio” e di avvicinarsi ai principi e ai valori dell’auto mutuo aiuto. I temi toccati sono stati gli aspetti psicologici legati alla patologia; il rapporto con la propria immagine e la visione di sé, per superare la tendenza a svalutarsi e colpevolizzarsi; il potere del gruppo a.m.a. di esercitare un cambiamento nelle persone, aiutandole, nel tempo, a trovare un nuovo equilibrio e a sentirsi bene con se stesse e con gli altri.
Al termine di questo ciclo di incontri il gruppo ha iniziato ad incontrarsi in maniera autonoma una volta in settimana per un’ora circa, facilitato da una tirocinante del corso per educatori.
Uno dei problemi emersi ha riguardato il calo dell’affluenza; inizialmente frequentava il gruppo circa una decina di persone, ma quando il gruppo ha cominciato a camminare da solo sono rimaste quattro-cinque persone, sia per la difficoltà di mantenere un impegno fisso una volta in settimana, sia per problemi legati al trasporto.
I partecipanti hanno trovato nel gruppo un’importante fonte di sostegno, dallo scambio e dal confronto sono nate reti di solidarietà ed amicizia che hanno reso le persone più consapevoli di sé e della propria situazione: non solo individui con una malattia, ma soggetti che possiedono potenzialità e risorse. Il gruppo ha aiutato i partecipanti nell’accettazione della malattia che ha modificato lo svolgimento quotidiano delle proprie attività e li ha portati a convivere con un corpo che non risponde più come prima.

DIABETE

Si definisce comunemente ‘diabete’ un insieme di malattie metaboliche assai diverse che hanno due aspetti in comune: la difficoltà di mantenere sotto controllo la quantità di zuccheri nel sangue (glicemia) e la cronicità della condizione.
La glicemia è il risultato di un equilibrio al quale concorrono diversi fattori: la quantità di carboidrati assunta con l’alimentazione, la quantità di zuccheri prodotta o presente nel fegato e nelle cellule, il consumo di zuccheri richiesto dall’esercizio fisico, l’insulina. L’insulina è un ormone prodotto nel pancreas che porta nelle cellule lo zucchero presente nel sangue. Nel paziente non diabetico tutti questi elementi interagiscono in equilibrio.
Nelle forme autoimmuni di diabete (Diabete di tipo 1 o MODY per esempio) il problema nasce dalla distruzione delle cellule che producono insulina, una situazione che - se non curata - può divenire assai grave.
Il diabete di tipo 2, assai più frequente, ha una causa completamente diversa. Il decorso è lento e il paziente produce troppa insulina per un fenomeno detto insulinoresistenza con una ridotta tolleranza al glucosio.
La terapia del diabete di tipo 2 coincide per larga parte con i principi di una vita sana: ridurre il sovrappeso, alimentarsi meglio aumentando fibre e cereali, azzerando i grassi e riducendo le proteine, e fare una attività fisica continuativa. In più è consigliato controllare frequentemente la glicemia. Le persone insulino-dipendenti hanno invece assoluta necessità di periodiche iniezioni di insulina.
Oltre alla terapia il malato deve subire altre variazioni nel suo stile di vita: restrizioni alimentari, modifica delle abitudini di vita, dall’igiene alla sessualità, che investono aspetti psicologici, fisici e sociali. I gruppi di auto mutuo aiuto di Rovereto
Con la collaborazione del personale sanitario del Centro Diabetico di Rovereto sono stati attivati due gruppi di auto mutuo aiuto per persone diabetiche. Negli incontri formativi si è parlato di alimentazione, aspetti medici e trattamenti del diabete.
Il gruppo si è rivelato molto importante per le persone soprattutto come momento di confronto sulle difficoltà incontrate nel vivere quotidiano e come fonte di consigli sul come affrontarle; ha inoltre aiutato i partecipanti ad accettare la propria situazione ed ha permesso loro di instaurare nuove relazioni sociali.

FIBROSI CISTICA

La fibrosi cistica è una malattia cronica che in Europa colpisce circa un bambino su 2.500.
Viene definita anche “congenita” o “ereditaria”, in quanto è presente fin dalla nascita, anche se inizialmente i sintomi possono non essere evidenti.
La malattia si riscontra nei bambini che hanno ereditato due geni della fibrosi cistica, uno da ciascun genitore, può quindi manifestarsi solo se entrambi i genitori sono “portatori” di questo gene. I soggetti che presentano solo una copia del gene sono detti “portatori del gene fibrosi cistica” e sono perfettamente sani. In una famiglia in cui sia il padre che la madre siano portatori del gene della fibrosi cistica vi è una probabilità su quattro che uno dei figli possa nascere con la malattia.
I sintomi e la gravità della malattia variano notevolmente da una persona all'altra. La fibrosi cistica colpisce molti organi, ma causa maggiori problemi ai polmoni, al pancreas, all'intestino e al fegato ed ogni paziente è colpito in modo diverso. Al momento, per questa malattia non esiste una cura radicale in grado di eliminarla, vi sono tuttavia cure efficaci che ne possono contenere le manifestazioni.
Il gruppo “Un respiro di sollievo”
Il gruppo “Un respiro di sollievo” ha cominciato la sua storia con alcuni incontri formativi al termine dei quali ha continuato ad incontrarsi a cadenza quindicinale. Nel primo incontro formativo sono state presentate le finalità e le principali caratteristiche di un gruppo di auto mutuo aiuto, mentre il secondo appuntamento ha visto la presenza di una psicologa che ha affrontato le problematiche legate alla malattia nelle diverse fasi di vita. Il terzo incontro è stato condotto da un pediatra che ha esaminato il fenomeno “fibrosi cistica” in Trentino, attraverso la storia della malattia, l'analisi dei servizi sanitari esistenti e delle prospettive future.
La testimonianza di una partecipante
Mi sembra ieri quando mi hanno chiesto di partecipare al gruppo “a.m.a.”. Che sarà mai questo “a.m.a.”? Beh, con grande spirito di partecipazione ho assistito al primo incontro, e poi a tutti gli altri che mano a mano venivano proposti con vari relatori molto preparati convocati appositamente per noi genitori di bambini affetti da Fibrosi Cistica (FC) e per i pazienti stessi.
Mi sembra ieri, ma sto parlando del 2003!
Dopo alcuni incontri formativi, io ed altre mamme con alcuni pazienti FC e con il supporto di una facilitatrice, abbiamo avviato il nostro gruppo a.m.a.: “Un respiro di sollievo”. Ed è veramente un respiro di sollievo quando mi incontro con le altre al gruppo circa ogni 15-20 giorni.
Purtroppo la mia presenza non è sempre stata continuativa, nel senso che essendo mamma di un bellissimo e vivacissimo ragazzino con FC, delle volte mi ritrovo alla sera, dopo lavoro e molto stanca, a dover completare la fisioterapia al mio bambino, a coccolarlo, e, senza tralasciare l’altro fratellino, ultimare le faccende di casa!
Durante questi incontri è nata un’amicizia molto bella tra noi partecipanti al gruppo a.m.a.: è…come essere in famiglia, tra veri amici, nel senso che basta una occhiata o una semplice frase per sentirsi capite!
All’inizio era un po’ faticoso parlare di sé, dei problemi che la patologia comporta, ma pian piano, grazie anche all’aiuto della nostra facilitatrice, sono riuscita a trasmettere anche le mie sensazioni più personali, più intime, soprattutto in merito alla FC.
Partecipando al gruppo ho capito che le difficoltà vanno affrontate con determinazione ma anche con serenità, e…i consigli dei “vecchi” non guastano mai! La perplessità che avevo stava nel dubbio di trovare persone capaci di ascoltare, discrete e vere…
Beh, questo l’ho trovato: mi sono accorta che la sincerità è di casa al gruppo! Posso sottolineare che la caratteristica principale del gruppo è il saper ascoltare, stare in silenzio ed ascoltare la persona che parla, e solamente dopo che si ha finito di parlare gli altri intervengono o comunque mantengono un atteggiamento di assoluto rispetto nei confronti di chi in quel momento ha comunicato le sue sensazioni.
E’ molto bello quando durante il gruppo AMA scopro che le mie domande, le mie perplessità o anche le mie gioie sono molto simili a quelle delle persone presenti con me al gruppo: ed è molto positivo quando riusciamo a trovare forza insieme tra di noi, a ridere insieme, a…tirare un respiro di sollievo insomma; molte volte la soluzione alle problematiche che la FC presenta non sempre si trova, però si capisce quanto, con la serenità e la forza d’animo, questi ostacoli appunto si riescono a superare: insieme si è più forti!

Il giorno dopo che ho partecipato al gruppo la mia vita riprende con la stessa frenesia di sempre, ma con una marcia in più: dopo una bella serata passata tra amici si affronta con più serenità la settimana che ancora deve concludersi!

MALATTIE REUMATICHE

Le malattie reumatiche sono un gruppo di affezioni che interessano le articolazioni, i tessuti extraarticolati (tendini, guaine, muscoli ecc) ed il tessuto connettivo di sostegno di vari organi ed apparati; sono molto diverse tra di loro per cause e sintomi ed hanno un andamento acuto o cronico.
Sono principalmente di due tipi: infiammatorie o degenerative, tuttavia il numero di malattie reumatiche risulta essere molto elevato (più di 100) e fra le varie forme si evidenziano enormi diversità.

Sono classificate in questo gruppo di patologie l'Artrite Reumatoide, l'Artrite Psoriasica, le Spondiliti, il Lupus Eritematoso Sistemico, la Sclerodermia, la Sindrome di Sjogren, la patologia autoimmune in gravidanza, le vasculiti e altre malattie rare.
Complessivamente queste malattie colpiscono circa il 1% della popolazione, con predilezione per le donne in misura oltre 3 volte superiore agli uomini. Di nessuna di queste patologie è nota la causa.
I malati di Malattie Infiammatorie Croniche e Autoimmuni, indipendentemente dal tipo di malattia, hanno problemi quotidiani comuni.
Anzitutto la convivenza, giorno dopo giorno, senza tregua, con malattie che limitano la capacità di fare ciò che prima della malattia poteva essere facilmente sostenuto. Il dolore, la stanchezza, la necessità di assumere quotidianamente farmaci, il frequente ricorso a strutture sanitarie, le spese sostenute per le medicine, per i viaggi verso gli ambulatori, per pagare qualcuno che aiuti nella gestione quotidiana, rappresentano solo alcune delle difficoltà che si incontrano, accanto alla forte preoccupazione per il futuro; tutto questo spesso genera ansia e depressione e toglie al malato progettualità e voglia di vivere.
In collaborazione con l’Associazione Trentina Malati Reumatici (A.T.M.A.R.) è stato attivato a Trento un gruppo per malati reumatici, per aiutare le persone a:

  • gestire con consapevolezza la propria malattia;
  • confrontarsi con altri che condividono lo stesso disagio;
  • non chiudersi in pensieri negativi;
  • trovare nuove risorse dentro di sé e negli altri.

NON VEDENTI ED IPOVEDENTI

La cecità va distinta in congenita o insorta; esistono inoltre varie tipologie di ipovisione che comportano una forte riduzione dell’autonomia della persona.
In Italia la cecità interessa circa 350.000 persone, mentre gli ipovedenti sono oltre un milione e mezzo. Nella Giornata Nazionale del Cieco e per la prevenzione della cecità (13/12/2005) sono stati presentati i risultati di una campagna di prevenzione oculare condotta a Roma su tremila persone anziane.
I dati emersi, presentati dal Dipartimento di Scienze oftalmologiche de “La Sapienza”, danno un’idea di quanto sia diffuso il problema: una persona su tre presentava problemi alla cataratta, mentre una su sei si era già sottoposta a un intervento in tal senso; 446 soggetti (16%) mostravano i primi segni di degenerazione maculare senile e per 134 di loro (4,83%) la degenerazione era già in fase avanzata; 157 persone (5,65%) erano in cura per glaucoma.
Il numero di ipovedenti è in costante aumento, dato l’innalzamento della speranza di vita della popolazione e l’incidenza dell’ipovisione negli ultrasessantenni. La prevenzione assume così un ruolo fondamentale, non solo nel preservare l’autonomia del singolo individuo, ma anche rispetto all’incidenza finanziaria che le cure sanitarie delle malattie oftalmiche hanno sulla collettività.
La vista è uno dei sensi indispensabili all’autonomia dell’individuo e la sua parziale riduzione o annullamento richiedono all’individuo una riorganizzazione di tutte le funzioni legate alle relazioni, al lavoro, alla gestione personale e della casa.
Una situazione di limitazione cronica delle proprie autonomie è un evento particolarmente difficile da affrontare ed accettare e può provocare stati emotivi ansiosi o depressivi.
La persona che si trova in questa situazione non ha bisogno solo di strumenti o servizi per ridurre la disabilità, ma esprime anche la necessità di condivisione e sostegno emotivo, per accettare la propria condizione e trovare le motivazioni per riorganizzare la propria vita, guardando al futuro con ottimismo. Molte persone non-vedenti hanno raggiunto degli ottimi livelli di autonomia e possono essere di stimolo per gli altri.

I gruppi in Provincia di Trento
In collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi sono stati organizzati alcuni percorsi formativi che hanno portato all’avvio di quattro gruppi nel territorio provinciale. Il programma era il seguente:

  1. 1° incontro: vengono presentate le caratteristiche di un gruppo di auto mutuo aiuto e si introducono i concetti di salute ed autoprotezione; si facilita la conoscenza reciproca e si lascia spazio all’espressione delle singole persone in merito alle proprie aspettative sulla nuova esperienza intrapresa.
  2. 2°incontro: tema centrale è la conoscenza di sé; viene inoltre approfondito il concetto di autostima, elemento vincolante nell’accettazione di sé.
  3. 3°incontro: l’incontro prevede l’approfondimento del tema dell’accettazione del cambiamento nello stile di vita. All’interno del dibattito vengono proposti spunti per il confronto non solo sulle difficoltà ma soprattutto sulle esperienze positive di adattamento e raggiungimento di una buona autonomia.

DONNE IN MENOPAUSA

Il periodo della menopausa si instaura generalmente tra i 45 e i 50 anni, anche se le ultime statistiche dicono che il 10 per cento delle italiane lo affronta prima dei 46 anni e una donna su 100 addirittura prima dei 40.
La menopausa comporta la cessazione della capacità riproduttiva e la modificazione del sistema ormonale della donna; mentre nel 20% dei casi questo avviene senza alcuna sintomatologia, in altri casi ha conseguenze che influenzano molti aspetti della vita, dal punto di vista fisico, psicologico e sociale e si manifesta con sintomi di vario genere: le così dette "vampate di calore", accompagnate da sudorazione e talvolta vertigini, palpitazioni, irsutismo, cefalea, difficoltà nei rapporti sessuali, perdita di elasticità della pelle, con conseguente comparsa delle rughe, decalcificazione ossea, aumento di peso, irritabilità, ansia e depressione.
Per alleviare i disturbi fisici più rilevanti la moderna medicina offre un'ampia gamma di terapie ormonali sempre più sicure e sofisticate. Tuttavia, in Italia, le donne in menopausa preferiscono adottare terapie naturali e solo l'8% richiede al proprio ginecologo una terapia ormonale.
La menopausa è un passaggio evolutivo, come lo sono stati la pubertà, i primi rapporti sessuali, la maternità. In tutti questi passaggi della vita vi è un duplice aspetto: quello del lasciarsi alle spalle una dimensione di sé e quella di acquisirne una nuova. La donna in menopausa perde il ruolo sociale di procreatrice e questo momento spesso coincide con la perdita di una funzione di utilità all'interno del proprio nucleo in quanto i figli escono di casa. Venendo meno l'impegno nella cura ed educazione dei figli, il tempo a disposizione per sé e per la coppia aumenta, rendendo necessaria la creazione di un nuovo equilibrio. In altri casi le donne sono invece ancora impegnate nella cura dei figli adolescenti o dei membri anziani della propria famiglia.
Un aspetto critico per molte donne è l'accettazione del proprio invecchiamento, a cui spesso si accompagna un bilancio esistenziale passivo, perché ci si focalizza sugli aspetti non vissuti e sulle scelte ritenute sbagliate.
In realtà la menopausa può essere vissuta in maniera più serena e positiva anche partendo da questi presupposti. La donna a quest'età può offrire ancora il meglio di sé per molti anni (come ci confermano le statistiche sulla longevità delle donne) e apportare alla sua vita una nuova ondata di risorse, di emozioni, di capacità che ha maturato nel tempo. Può finalmente dedicare ampio spazio a sé, ai suoi desideri, al suo piacere, alla sua spiritualità e alla coppia, in una feconda rigenerazione del senso di sé come donna, come moglie, come madre. Può maturare il senso della propria femminilità, facendo scoprire nuovi modi di porsi, di sentirsi, di amarsi ed aumentando la responsabilità per la propria salute e la cura del proprio benessere.
In questa fase è bene offrire alle donne strumenti di supporto e di stimolo alla riflessione su di sé, riguardo ai cambiamenti fisici, alle terapie per curare eventuali sintomatologie, alla prevenzione e promozione della propria salute, ai modi per affrontare una nuova maturità affettivo-sessuale, agli aspetti psicologici del cambiamento in atto e agli aspetti sociali legati all’assunzione di nuovi ruoli.
Una proposta molto innovativa e che fa leva sulle risorse delle donne in menopausa e sulla comunità che le accoglie è il gruppo di auto mutuo aiuto.

Il percorso “La menopausa: un punto di partenza per il rinnovamento” L'Assessorato alle Pari Opportunità, in collaborazione con l'Associazione A.M.A. e varie realtà sanitarie e sociali locali, ha promosso in alcuni comuni della Provincia di Trento una serie di serate-dibattito per informare su temi legati alla menopausa e promuovere risorse sia individuali che della comunità. Il percorso ha previsto i seguenti incontri:

  1. “Menopausa tra miti e realtà”. Come affrontare il nuovo che avanza con serenità. Prevenzione e terapia (tema trattato da una ginecologa).
  2. “L’età di mezzo, l’età delle responsabilità”. Uomini e donne che si prendono cura dei figli adolescenti e degli anziani (tema trattato da un sociologo).
  3. “Gli anni passano, la coppia si rinnova”. La ricchezza dei legami affettivi e della sessualità nell’età matura” (a cura di una sessuologa).
  4. “L’auto mutuo aiuto: una risorsa” (a cura di un operatore dell’Associazione A.M.A.).
A seguito di questi incontri sono stati avviati tre gruppi di auto mutuo aiuto aperti alle donne in menopausa, per confrontarsi sulle difficoltà e risorse di questa fase della vita e su eventuali proposte da fare per migliorare dal punto di vista sanitario, sociale, relazionale il contesto territoriale di appartenenza.
E’ importante infatti, in un quadro generale di carenza di strumenti e risorse a favore delle donne in menopausa, offrire un'opportunità che restituisca protagonismo, fiducia e ottimismo a chi ha sempre dedicato tanto di sé agli altri e che ora "concede" un po’ di attenzione anche alla propria vita, ai propri spazi, al proprio positivo e arricchente cambiamento.

DONNE STRANIERE

Dati statistici relativi all’immigrazione sul nostro territorio riportano che il numero delle donne straniere sole presenti in Trentino è in continuo aumento. Una ricerca condotta nel 2007 sulla presenza di assistenti domiciliari private straniere (quelle che ormai siamo soliti chiamare “badanti”) in Provincia di Trento riportava una presenza di circa 3000 persone, una cifra che supera il numero dei dipendenti delle cooperative sociali in Trentino (che operano sempre nel settore dell’assistenza e della cura della persona).
Si tratta di una presenza molto silenziosa, poco “visibile”, se non nel ruolo che queste lavoratrici rivestono nell’accompagnare un anziano, spingere una carrozzella, fare la spesa,…
In alcuni momenti queste donne si rendono più visibili: quando si trovano in gruppo, nelle poche ore libere del primo pomeriggio (se non hanno trovato un’ulteriore possibilità di lavoro domestico per tentare di guadagnare un po’ di più) e nella giornata libera, generalmente la domenica, che diventa occasione di incontro con le proprie conterranee, occasione per parlare la propria lingua, per mangiare qualche cibo tipico, per “sentire un po’ l’aria di casa”.
Queste donne vivono - forse sarebbe meglio dire sopravvivono - prestando assistenza a persone disabili non autosufficienti e più spesso a persone anziane negli ultimi anni della loro vita, dedicando tutto il loro tempo alla persona che assistono, lavorando spesso sia di giorno che di notte.
Il rapporto di dipendenza ed il legame che si crea fra queste lavoratrici e la persona assistita è molto particolare: perdere la persona cui si presta assistenza può voler dire perdere contemporaneamente il lavoro, la casa, le relazioni instaurate e, per le persone presenti regolarmente, la sicurezza di poter restare in Italia.
Ancor più complessa è la situazione di quella fetta di donne sole presenti in Italia in maniera irregolare, che lavora necessariamente senza iscrizione ed assicurazione, che vive con la paura di essere identificata e rimpatriata, che proprio per questa condizione di estrema precarietà non può rientrare al paese d’origine neppure una volta all’anno o in occasioni particolari.
Queste donne vivono separate dai loro affetti e molto spesso non sono nella possibilità di partecipare e di vivere momenti significativi della propria famiglia (nascite, morti, malattie, …); molte di queste donne hanno vissuto lutti in famiglia (perdita di un genitore o del marito) e non hanno avuto la possibilità di condividere i momenti di sofferenza e di dolore con i propri cari perché la posizione di irregolari sul territorio italiano avrebbe reso impossibile il loro successivo rientro in Italia.
C’è poi un’altra realtà con la quale queste donne si trovano a fare i conti: l’essere in un paese straniero porta a doversi confrontare con una diversa cultura, un diverso modo di rapportarsi con gli altri, a ripensare al proprio stile di vita ed al proprio ruolo, in una e nell’altra comunità.

Il gruppo “Voci di donne”
Nel 2007 l’associazione A.M.A., l’Associazione Agorà, il Centro Salute Mentale dell’A.P.S.S. e lo Spazio d’ascolto Daognidove hanno proposto un percorso per fornire alle donne straniere la possibilità di confronto e di supporto, attraverso alcuni incontri a tema e la successiva attivazione di un gruppo di auto mutuo aiuto.
Gli incontri a tema, condotti da esperti secondo una modalità interattiva, hanno approfondito i seguenti aspetti:
Perché migrare, ritrovarsi in un paese nuovo ed estraneo
Obiettivi: ripercorrere i motivi della scelta di immigrare, come si è sviluppata, come questa si colloca nel progetto più ampio di vita, la condivisione con familiari e amici, la prospettiva del nuovo e del diverso, la preparazione dell’evento, le aspettative.
Cogliere qual è stato l’impatto con la nuova realtà, quale corrispondenza c’è stata con le aspettative iniziali, quali cambiamenti ha comportato nelle abitudini e nello stile di vita, quali difficoltà ci sono state nell’adattamento alla nuova realtà.
Il legame con chi è rimasto a casa e con il proprio paese - Riscoprirsi diverse
Obiettivi: dare voce ai sentimenti che si provano per la lontananza dai propri cari, dal proprio paese, dalla realtà familiare.
Confrontarsi con un modo nuovo di percepirsi e di viversi, con le trasformazioni che si sono verificate nell’idea di sé, con quanto rimandato dai familiari e delle persone significative nel proprio paese riguardo a cambiamenti personali. Cogliere aspetti nuovi nel rapporto con coniuge, figli/e, genitori ed amici nel corso dei contatti e delle visite a casa; cogliere il modo trovato per mantenere i legami, per accettare i cambiamenti nei rapporti, le difficoltà e i problemi da affrontare a distanza.
Il presente e il futuro
Obiettivi: affrontare con consapevolezza il presente, i cambiamenti che sono avvenuti nel progetto migratorio personale e familiare; scoprire le prospettive future che animano il presente e danno un senso alle scelte fatte, scegliere e agire in base ai propri bisogni e prendendosi cura di sé .
Relazioni di aiuto
Obiettivi: scoprire la dimensione della condivisione con l’altro, l’importanza di non sentirsi sole, il sostegno dato dalle relazioni con gli altri in un clima di rispetto e solidarietà, le risorse del mutuo aiuto nell’affrontare le difficoltà e nel trovare soluzioni.

Hanno partecipato agli incontri complessivamente una quindicina di persone, donne straniere di provenienze diverse. Una delle maggiori difficoltà è stata quella di riuscire a mantenere una certa continuità nella partecipazione, considerato il carico di lavoro delle partecipanti, che spesso nono hanno potuto essere presenti per sopraggiunti impegni lavorativi.

OMOSESSUALITA'

Nonostante i progressi individuali e sociali (la costituzione di Arcigay e Arcilesbica, l’orgoglio omosessuale e il movimento per un riconoscimento di diritti fondamentali..) siano stati, almeno sulla carta, passi notevoli verso un processo di maggior tolleranza e accettazione, persiste nei confronti delle persone omosessuali un clima di discriminazione.
Per questo, chi vive un’inclinazione come l’omosessualità eticamente condannata o per lo più “negata”, tende ad interiorizzare questo clima fobico, che porta spesso a vivere clandestinamente la propria vita affettiva e provoca situazioni di sofferenza psicologica. Chi invece, grazie ad un percorso di autoaccettazione e di liberazione dal senso di colpa, riesce a non nascondersi e a vivere alla luce del sole la propria identità, è spesso oggetto di pettegolezzi e disprezzo che può portare la persona a troncare i rapporti con la propria famiglia, il proprio giro di amicizie, l’ambiente di lavoro e talvolta addirittura a trasferirsi in un luogo diverso.
Ma chi non può o non vuole arrivare ad una scelta così drastica deve a volte scendere a penosi compromessi con ricadute sul proprio equilibrio psicologico. Il dramma è che, al di là di alcune realtà come l’ Arcigay o l’Arcilesbica, è difficile trovare strutture e professionisti in grado di aiutare ad affrontare il proprio disagio, per cui si rischia di finire prigionieri della solitudine. Una risorsa importante in tal senso può essere rappresentata dal gruppo di auto mutuo aiuto.

Il gruppo “DiversAMA”
In Italia sono moltissime le realtà di gruppi di omosessuali credenti per lo più facilitati da uomini di Chiesa.
In Trentino, a seguito del Convegno “Amare e non dipendere” promosso nel 2003 dall’Associazione A.M.A., è stato attivato un gruppo per persone non eterosessuali. Il gruppo, che si è dato il nome di “DiversAMA”, è una realtà laica che sostiene i partecipanti nell’analisi e ricerca delle cause del disagio vissuto dalla persona che non è ancora riuscita ad accettare il proprio orientamento; senza la pretesa di sostituirsi alle figure professionali specializzate, ma con la semplice intenzione di creare un’atmosfera di solidarietà, di amicizia e di fiducia reciproca, il gruppo si pone l’obiettivo di favorire la crescita di una maggiore sicurezza individuale e di allontanare la sensazione di solitudine, in linea con lo spirito che anima anche gli altri gruppi di mutuo aiuto. Con il tempo è nato all’interno del gruppo un clima di serenità che ha permesso di parlare di sé, della propria storia, delle difficoltà con se stessi e con l’ambiente circostante, delle aspettative e dei progetti personali. Si sono trattate problematiche di vario genere, dalla dimensione spirituale e religiosa ad aspetti giuridici (il problema per esempio del matrimonio tra persone dello stesso sesso) o sociali (la possibilità di integrarsi socialmente). Restano però in primo piano la ricerca interiore, lo scambio di esperienze e il confronto reciproco nella prospettiva di un potenziamento della propria identità.
La sfera di interesse si è aperta anche alla tematica della transessualità e del travestitismo, dimensione vissuta da un membro del gruppo; non è esclusa la possibilità, in futuro, considerata la delicatezza e complessità del problema, la formazione di un gruppo specifico per questa realtà.
Il gruppo ha inoltre favorito sia la crescita individuale dei partecipanti, alcuni dei quali hanno compiuto il “coming-out”, sia l’apertura verso l’esterno, con ricadute a livello sociale: i partecipanti hanno contribuito alla stesura di alcuni articoli relativi all’omosessualità su alcune riviste locali ed hanno dato un’importante testimonianza nel corso del Secondo Convegno Nazionale “Amare e Non Dipendere”, svoltosi a Trento nel 2005.
Con il tempo si è fatta strada la consapevolezza che sarebbero necessari strumenti per permettere un confronto sulla realtà omosessuale in particolare per gli eterosessuali: una comunità più accettante offrirebbe un enorme facilitazione per l’autoaccettazione.

AUTOSTIMA

L'Autostima è la percezione che abbiamo di noi stessi e del nostro valore, un concetto che sviluppiamo con il passare del tempo fin dalla prima infanzia e che nasce da un confronto tra il nostro sé e il mondo che ci circonda. La mancanza di autostima consapevole o inconscia può derivare dal contesto socio-culturale in cui si è vissuti o in cui ci si è inseriti: l’ambiente familiare, amicale, di vicinato, scolastico, lavorativo… La qualità della vita e le aspettative sia interne che esterne spesso ci inducono a credere che siamo degni di stima nella misura in cui gli altri ci considerano tali. La mancanza di stima in noi stessi condiziona le nostre scelte e il nostro modo di vedere la vita, gli altri, il futuro.
I più frequenti disagi dovuti ad una scarsa autostima sono l’eccessiva insicurezza e il senso di inferiorità nei confronti degli altri, ma anche una costante paura di sbagliare, senso di frustrazione e rabbia, difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni e quindi nel relazionarsi con gli altri. L’autostima, essendo un atteggiamento che assumiamo verso noi stessi, è un aspetto che si può modificare; per riuscirci è importante ritagliare spazi per sé, aprire un dialogo interiore e un confronto con l’altro per ridurre le proprie paure ed incertezze e valorizzare le proprie risorse.

L’esperienza del gruppo “Autostimiamoci”
Il gruppo è aperto alle persone che si stimano poco o che pensano di non meritare la stima altrui ed aiuta a non rimanere chiusi in se stessi, nei propri pensieri e timori; confrontandosi con gli altri si cerca di acquistare una buona stima di sé basata su aspettative realistiche e sull’autoaccettazione.
Il gruppo, attivo a Trento da qualche anno, è molto eterogeneo perchè il problema della scarsa autostima è trasversale a molte situazioni.
Di seguito sono riportati alcuni stimoli che hanno aiutato i partecipanti a riflettere e confrontarsi durante gli incontri di gruppo:

  • quando proviamo un disagio a volte non ne conosciamo l’origine: stiamo male e non sappiamo perché. Spesso gli amici o i familiari ci dicono che “abbiamo tanti motivi per essere contenti”, ci sforziamo di pensare in questo modo, ma poi non funziona. E allora che fare?
  • nella vita a volte sentiamo che è arrivato il momento di cambiare qualcosa, ma che cosa cambiare?
  • come è possibile vedere la felicità in un’altra persona se noi per primi non la proviamo o se non abbiamo mai provato questa sensazione?
  • come possiamo voler bene ad una persona o sentire il suo amore per noi se noi per primi non ci vogliamo bene?
  • cosa vuol dire voler bene a se stessi? Come si fa a volersi bene? Da dove si comincia? Come si impara?
  • chi siamo noi? Siamo forse quello che pensiamo di essere o quello che gli altri dicono che noi siamo?
  • se in questo periodo mi stimo poco, come condiziono le mie relazioni quotidiane? Con quale atteggiamento affronto la giornata? Cosa percepiscono le altre persone di me? Che cosa induco nelle altre persone con il mio stato d’animo?
  • se mi capita nella vita di ritrovarmi spesso nella stessa spiacevole situazione con persone diverse e in contesti diversi è solo questione di sfortuna o sono forse io a creare dei presupposti affinché quella situazione accada?

SOLITUDINE

Nel marzo 2004 è nato a Trento il gruppo “Solitudine addio”, ribattezzato “Io e gli altri” nell’aprile 2005, dopo una nuova fase formativa (temi degli incontri: “Conosciamoci”, “I gruppi di auto mutuo aiuto: caratteristiche principali”, “Autostima: miglioriamo il rapporto con noi stessi e con gli altri”, “Comunicazione: risorsa importante per migliorare le relazioni interpersonali”, “Il cambiamento”).
Il gruppo è rivolto a persone che sentono il bisogno di instaurare con altri relazioni costruttive e profonde o che, per vari motivi, si sentono sole. La solitudine può essere una sensazione interiore indipendente dalla presenza di altre persone nel proprio contesto di vita, oppure può esplicitarsi nella mancanza o nella scarsità di rapporti interpersonali di una certa profondità e vicinanza.
Anche un trasferimento e cambiamento di città o regione per motivi di lavoro o studio può essere una fonte di solitudine, soprattutto per la difficoltà a ricostruire una rete di amicizie.
In risposta al bisogno di socializzare fioriscono mezzi nuovi quali le chat, i forum, ma spesso queste rimangono realtà effimere, superficiali che difficilmente evolvono in una relazione approfondita; paradossalmente, nella nostra epoca è facile entrare in contatto con tante persone, ma è difficile costruire relazioni significative.

Gli obiettivi del gruppo di auto mutuo aiuto per chi vive la solitudine sono:

  1. offrire uno spazio in cui ogni partecipante sia libero di condividere i propri vissuti, i sentimenti e le difficoltà;
  2. favorire l’ascolto e lo scambio con altre persone, creando legami significativi da cui nascano aiuto, solidarietà e sostegno reciproco;
  3. dare la possibilità di rielaborare la propria situazione di solitudine affrontando insieme i cambiamenti della vita;
  4. mettere la propria sensibilità a servizio di altri che si sentono soli, crescendo insieme;
  5. vincere la solitudine mettendo in discussione il proprio modo di rapportarsi all’altro e sviluppando le proprie risorse relazionali.
Le testimonianze di alcuni partecipanti
“Frequentare i gruppi di auto mutuo aiuto è sempre un’occasione per potersi confrontare con altre persone che condividono un certo stato o disagio, ricevere e dare pareri su esperienze simili, imparare dagli esempi degli altri. Nei limiti del possibile è importante entrare nel massimo dettaglio anche se apparentemente non interessante per chi lo espone ma spesso utile per chi lo ascolta.
Il gruppo è sempre una buona occasione per trascorrere del tempo assieme ad altri con la certezza della comprensione e della riservatezza. E’ importante per accorgersi che non si è soli e ci si sente più forti; a volte si può anche parlarne, o meglio accennarne, anche con persone al di fuori del gruppo per invitarle a partecipare; perché non tutti hanno il “coraggio” di chiedere aiuto e sapere che c’è una possibilità è già un passo avanti.
Inoltre, dalla mia esperienza, dopo un incontro col gruppo ci si sente meglio perché il gruppo stesso ha generato un’onda di energia positiva, cosa di cui la nostra società ha particolarmente bisogno”.

“Sono nel gruppo da 3-4 mesi; dal gruppo ho sempre ricevuto e portato con me un granello di positività, qualcosa, una parola, un gesto, una partecipazione di chi soffre come me. Trovarsi è bello e fa sempre bene”.

IMPARIAMO A COMUNICARE

Per comunicazione si intende genericamente “un trasferimento di informazioni codificate (…) da un soggetto a un altro” (Gallino L., “La sociologia; concetti fondamentali”, UTET LIBRERIA, Torino, 1989, pag. 43) mediante una serie di processi. Il problema nasce quando un soggetto cerca di trasmettere qualcosa ad un altro soggetto, ma quest’ultimo non coglie il significato corretto, o meglio, non decodifica il messaggio trasmesso secondo le regole del trasmissore. In poche parole, i due (o più) soggetti non “parlano la stessa lingua”, non si comprendono, e questo può accadere tanto più se il contenuto riguarda temi personali e vissuti emotivi. Non è una patologia che può essere curata con la terapia tradizionale, in quanto si tratta di dinamiche che nascono dalla difficoltà di esprimersi con chi ha una struttura mentale e personale ovviamente diversa dalla nostra. Spesso infatti capita di pensare “So cosa voglio dire, ma non riesco a farmi capire” oppure “Mi sta dicendo qualcosa, ma non capisco realmente qual è il suo problema”. Tradurre in parole (o in gesti, espressioni visive…) i significati non è automatico. Ecco perché è sembrato utile proporre un percorso per riflettere sulle difficoltà presenti nella comunicazione e sulla possibilità di superarle attraverso la metodologia dell’auto mutuo aiuto che, per definizione, prevede il contatto con altre persone e quindi rappresenta un’occasione per mettere sul tavolo le proprie capacità comunicative.
La creazione di nuove reti informali e il consolidamento di quelle esistenti, rispetto a questa difficoltà, possono essere reali risorse di aiuto per le persone, accanto naturalmente ad altre strategie anche di tipo psicologico utili alla persona per conoscersi e per far chiarezza su di sé e i propri rapporti interpersonali.

L’esperienza del gruppo di Dro
Il primo gruppo sulla comunicazione si è formato nel Comune di Dro, nel Comprensorio Val di Garda e Ledro, dove in precedenza erano stati attivati con successo due gruppi “Dimagrire Insieme” e dove l’Assessore alle Attività Sociali aveva dimostrato profondo interesse per l’auto mutuo aiuto, sostenendo la divulgazione di materiale informativo e mettendo a disposizione le sale per gli incontri.
La richiesta di un gruppo sulla comunicazione è giunta da alcune persone che si sentivano a disagio nel relazionarsi con gli altri e che si trovavano in difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti e vissuti.
Nel corso delle serate formative che hanno preceduto l’avvio del gruppo sono stati presi in considerazione i seguenti aspetti:

  1. le barriere invisibili che ostacolano la comunicazione; da una parte la difficoltà di esprimere ciò che realmente si vuole dire e dall’altra quella di recepire e ascoltare il messaggio, elaborandolo correttamente, tenuto conto che la comprensione dipende dai valori personali, dalle proprie conoscenze, dallo stato d’animo;
  2. l’opportunità di riflettere su sé stessi e sulla propria autostima per stare meglio e quindi per creare relazioni più soddisfacenti e migliorare le proprie capacità comunicative;
  3. il cambiamento nello stile di vita. Alle volte tendiamo a rimanere in una situazione di disagio “solo” perché modificare noi stessi comporterebbe una completa e profonda riflessione che metterebbe in luce anche i nostri punti deboli. Per modificare una situazione di disagio occorre cambiare qualcosa di noi e adattarsi alle richieste dell’ambiente anche attraverso l’aiuto degli altri.
Durante il percorso formativo i partecipanti erano circa 15; di questi, 10 hanno deciso di incontrarsi tutte le settimane per confrontarsi partendo dagli stimoli forniti negli incontri e da tematiche scelte di volta in volta dagli stessi partecipanti (la sincerità, l’aggressività, l’onestà…).
Le persone hanno partecipato al gruppo con molto piacere ed hanno stabilito buone relazioni fra di loro, nonostante l’iniziale imbarazzo e il naturale disorientamento nell’incontrarsi le prime volte senza la “figura dell’esperto” che avrebbe dovuto fornire risposte ai loro dubbi.
Questa è stata una delle difficoltà incontrate, abbastanza comune nei gruppi nuovi: far capire che sono gli stessi partecipanti gli “esperti” del problema e che, pur essendo l’Associazione A.M.A. disponibile a invitare occasionalmente persone preparate su una tematica particolare, ognuno è chiamato ad affrontare i problemi insieme agli altri, riuscendo così a migliorare, sperimentandosi, le proprie capacità di ascolto e di espressione.
Un ulteriore punto critico è stato il fatto che ciò che accomunava le persone non era una patologia specifica o un problema facilmente definibile, per cui il gruppo inizialmente ha faticato a trovare la propria “strada”.

ANIMA-MENTE

Il gruppo Anima-Mente è nato su proposta di due giovani studenti universitari con la passione della filosofia che, dopo una breve esperienza in un circolo universitario di discussione in piccolo gruppo su temi filosofici, hanno voluto estendere questa opportunità a tutte le persone che intendono approfondire problematiche interne ed esterne all’uomo attraverso un gruppo di auto mutuo aiuto.
Il gruppo vuole fare emergere le persone come identità autonome, come menti autonomamente pensanti, libere di esternare tutto quello di cui sentono il bisogno, capaci di costruire una propria personalità libera da pregiudizi esterni e forte delle proprie idee.
Il gruppo ritiene che le idee di tutti e le esperienze morali, etiche e religiose di ciascuno abbiano pari dignità e possano entrare in dialogo non per sottrarre certezze, ma per arricchire la propria visione del mondo.
Immersi come siamo in un’esistenza governata dalla dimensione del consumismo e della materialità, dimentichiamo ciò che ci accomuna, ovvero quell’archetipo dell’Anima Mundi a cui tutti apparteniamo, ma che non rammentiamo perché paralizzati da morali idealizzate e false credenze che muovono infiniti conflitti interiori.
Non conta raggiungere una verità assoluta, in sè cosa molto probabilmente indefinibile, ma conta il percorso che si compie nel tentativo di raggiungerla, di afferrarla.
Al gruppo partecipano persone con identità di genere diverse, di cultura, religione e di ideologie politiche, economiche e sociali eterogenee, che si confrontano nel rispetto dell’identità di ciascuno. Il gruppo ha avuto inizio il 27 maggio 2008 con un incontro dedicato alle motivazioni dei partecipanti e alla condivisione degli obiettivi comuni, nella massima libertà filosofica; è stato programmato un ulteriore momento formativo dal titolo: “Ricerca di anima nel gruppo”.
Dal suo esordio, il gruppo ha visto aumentare di volta in volta le persone interessate e si è subito mostrato eterogeneo per età, genere e condizione socio-culturale. Il coinvolgimento e la partecipazione sono molto intensi e gli argomenti di cui si discute sono alla portata di tutti e trattati con un linguaggio accessibile. Ogni sera il gruppo affronta un argomento nuovo nella massima libertà, talvolta prendendo spunto da testi o frammenti di opere, e ciascuno partecipa ed interviene come ritiene opportuno, anche solo ascoltando.

AFFIDATI IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE

Il gruppo, che ha scelto il nome di “Liberamente parlando”, è rivolto alle persone sottoposte a misure alternative alla detenzione che intendono condividere le difficoltà di ordine pratico e psicologico annesse alla misura.
E’ stato attivato dall’Associazione A.M.A. in collaborazione con il Centro di Servizio Sociale per Adulti (C.S.S.A. successivamente U.E.P.E. Ufficio Esecuzioni Penali Esterne), ufficio che contribuisce a realizzare percorsi di trattamento e reinserimento sociale nei confronti di persone condannate che si trovano in stato di sospensione della pena, in misura alternativa o in detenzione.
Riportiamo le parole di un partecipante: “A volte non pensiamo che tutto ciò che ci circonda possa crollare come un castello di carte… allora diventa necessario ritrovare quell’equilibrio che dentro di noi si è rotto. Attraverso l’incontro, il confronto delle esperienze e il dialogo potremo forse dare una risposta ai mille perché che ci riempiono il cuore e la mente, scoprire le risorse che ognuno di noi possiede e arricchirci a vicenda, tornare a decidere della nostra esistenza senza lasciarci sopraffare dalla realtà che ci circonda.”

"DETENUTI LIBERI"

La normativa penitenziaria evidenzia l'importanza di percorsi riabilitativi per i detenuti affinché la permanenza in istituto non sia solo una mera custodia, ma possa anche offrire opportunità di cambiamento. La realtà carceraria trentina risulta piuttosto povera di momenti di socializzazione. Inoltre, la maggior parte delle persone detenute in carcere vi si trova per problematiche legate all'uso di sostanze psicotrope, ed è stato evidenziato che la permanenza in carcere favorisce l'avvicinamento a tali sostanze con forte rischio di dipendenza; sono però limitate le opportunità per affrontare le problematiche legate ai comportamenti a rischio e per prendere consapevolezza riguardo al proprio stile di vita.
In Italia esistono alcune realtà carcerarie che hanno attivato da tempo gruppi di auto mutuo aiuto per detenuti, legati in particolare alla riflessione sugli stili di vita e alla promozione della salute. Queste esperienze hanno messo in luce come questa modalità d'intervento sia particolarmente apprezzata dai detenuti, diretti fruitori dell'opportunità, sia dal personale, che ne subisce di riflesso gli effetti positivi, dovuti alla miglior qualità relazionale e alla diminuzione dei comportamenti legati all'assunzione di sostanze. Per questi motivi all’interno della Casa Circondariale di Trento è stato organizzato, in collaborazione con il Servizio per le Tossicodipendenze, il Servizio di Alcologia e il Centro di Salute Mentale, un percorso di formazione/informazione sulle dipendenze e sulle conseguenze dei comportamenti legati all'uso di alcol, fumo, psicofarmaci, droghe in generale (cannabinoidi, eroina, cocaina e droghe di sintesi) e al gioco d'azzardo; successivamente si è formato un gruppo di auto mutuo aiuto per affrontare le problematiche che queste dipendenze possono generare, creando consapevolezza e motivazione al cambiamento. Partendo da questi aspetti, il confronto si è successivamente ampliato, arrivando a toccare i più svariati ambiti della vita di ciascuno, dai vissuti precedenti all’entrata in carcere, alle difficoltà quotidiane all’interno dell’istituto, ai progetti per il futuro.
L'attivazione di gruppi di auto mutuo aiuto all'interno del carcere rappresenta una buona occasione di socializzazione, in quanto permette al detenuto di instaurare relazioni significative con gli altri, e consente alla persona di migliorare le proprie capacità di dialogo e ascolto, aumentando le abilità di comunicazione.
L'utilità del progetto si riscontra anche nella fase di reinserimento sociale, in quanto l'ex-detenuto si trova arricchito di strumenti ed informazioni che gli permetteranno di affrontare il rientro nella comunità con una consapevolezza ed una prospettiva diverse; avrà inoltre la possibilità di proseguire il percorso intrapreso in istituto frequentando i gruppi di auto mutuo aiuto presenti sul territorio, trovando in questi un’occasione concreta di inserimento nella comunità.

La testimonianza di un partecipante L’idea di scrivere le impressioni sul gruppo di auto mutuo aiuto all’interno della Casa Circondariale di Trento è nata innanzitutto da noi detenuti assieme a due facilitatori che ci accompagnano in questo viaggio. La loro disponibilità ci permette di trovare quello spazio di confronto fra noi detenuti provenienti da esperienze molto diverse. Molti sono gli spunti su cui discutere, possibili ponti con il mondo esterno sempre nel pensiero di tutti noi.
Considerato il tempo limitato di un’ora e mezza una volta la settimana, il venerdì (il “nostro” venerdì) è diventato l’appuntamento settimanale.
Questo gruppo di auto mutuo aiuto è nato all’inizio del 2004 dietro richieste più o meno esplicite di alcuni detenuti e con il fondamentale apporto dell’Associazione A.M.A. (auto mutuo aiuto) di Trento. Alcuni operatori, in accordo con la Direzione del carcere, hanno inteso aprire nella Casa Circondariale di Trento uno spazio per avvicinare ulteriormente quelle persone provate da problemi giuridici, che vivono in una situazione di isolamento relazionale.
L’obiettivo è quello di avere uno spazio in cui noi detenuti, assieme ai due operatori, discutiamo di tutto quello che ci passa per la testa (ricordi, esperienze, sensazioni, emozioni, ragazze, fallimenti, progetti su quello che faremo una volta usciti di qui). Il gruppo è tramite preferenziale verso la realtà scorrevole e multiforme, dato che smuove indistintamente sensazioni contrastanti.
Il fatto di incontrare settimanalmente i due facilitatori ci permette di riportare in piccole gocce qualcosa al di là del muro. Questo fa in modo che noi possiamo alterare quella condizione di quotidianità uguale ogni giorno, creando stati d’animo piacevoli o angosciosi, perché vanno a toccare i ricordi di una libertà lasciata, più o meno violentemente, contenente ognuno la propria vita con persone e affetti che ora mancano. Il gruppo permette una rivisitazione del nostro trascorso, discutibile o meno, ma senza pregiudizio.
E’ forse proprio attraverso questo lavoro che il gruppo ci incoraggia a vedere oltre il muro; è un percorso lento e graduale per meglio comprendere la propria esistenza ed i propri errori.

"GRUPPO PER FAMILIARI E MALATI DI SLA SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA"

La sla è una malattia neurologica degenerativa che colpisce i motoneuroni determinando la progressiva perdita della forza muscolare fino ad arrivare alla paralisi totale. Rimangono tuttavia integre le funzioni cognitive, sensoriali, sessuali e sfinteriali. Al momento non esiste una terapia capace di guarire la sla.
Da gennaio 2010 è stata avviata una collaborazione tra l’Ass. AMA e AISLA Onlus (Ass.italiana sclerosi laterale amiotrofica) Sede Trentino Alto Adige, attivando un gruppo di auto mutuo aiuto per persone affette da sla ed i loro familiari, che si ritrova mensilmente.
Le finalità del Gruppo Ama Sla sono:

  • Condividere emozioni, esperienze e sentimenti.
  • Esprimere le proprie ansie e le proprie preoccupazioni
  • Scambiarsi informazioni per affrontare in modo sereno la quotidianità ed i cambiamenti legati alla disabilità.
  • Scoprire insieme le proprie risorse aumentando la capacità individuale di affrontare i problemi.
  • Esercitarsi nell’esplorare gli aspetti positivi e di crescita offerti dalla malattia.
  • Facilitare la nascita di legami amicali.

"IL DOLORE NON E' PER SEMPRE"

Gruppo di auto mutuo aiuto per familiari di suicidi e per chi ha tentato il suicidio

Il suicidio è un fenomeno che tocca uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri. Chi compie questo gesto disperato si sente prigioniero di una situazione che percepisce come irreversibile. Il gesto autodistruttivo nasce dall'angoscia che invade e opprime la persona. Ogni suicidio è una storia a sè, intrecciata con una molteplicità di fattori e variabili, che lascia sconcertati i superstiti. In molti casi chi si suicida porta con sè le sue ragioni per rinunciare a sperare.
Familiari e amici si sentono oppressi da una valanga di interrogativi, da tanti "ma" e "se". La loro mente e il loro cuore sono attraversati da un contrasto di reazioni e sentimenti: smarrimento, confusione, rancore e rabbia, solitudine e vuoto, sensi di colpa e imbarazzo.
Una risorsa preziosa per lenire le ferite è costituita dai gruppi di mutuo aiuto per persone provate da questa perdita, che diventano luoghi per trasformare il dolore in solidarietà, vicinanza, aiuto reciproco, accresciuta umanità e saggezza.
Il gruppo offre un luogo dove familiari e amici possono condividere i propri pensieri e sentimenti vissuti all'ombra di un suicidio e possono apprendere modalità positive di gestire le emozioni sperimentate nel lutto; insieme ci si aiuta a riconciliarsi con il passato e con le proprie ed altrui debolezze e si cerca di sviluppare atteggiamenti costruttivi verso il futuro, fortificando la propria autostima e scoprendo ragioni per ridare un senso alla vita.
Il gruppo di Trento è nato nell’ambito del Progetto “INVITO ALLA VITA. AIUTIAMO CHI LE VOLTA LE SPALLE” . Si tratta di una campagna di prevenzione al suicidio promossa dall’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari, che ha l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione e di offrire un sostegno alle persone che pensano al suicidio.
Per ricevere ascolto e sostegno è attivo il numero verde 800-061650